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Anna Chiara Rubino, la sanseverese che viaggia “per tutte le ragazze che non stanno sedute”

Lontana da casa da dieci mesi, è partita dall’Asia e ha intenzione di vedere tutto il mondo. Che racconta sulla pagina Instagram Io Parto Sola. Paure comprese. “Per me non esiste il pensiero: Sono donna, non vado”

Dimenticate l’ormai classica (e un po’ ridicola, mi sia concesso) travel blogger pronta all’ennesimo selfie nella suite di un hotel di lusso in qualche angolo più o meno paradisiaco del pianeta: Anna Chiara Rubino, 27 anni, pugliese di San Severo e autrice della pagina Instagram Io Parto Sola è, innanzitutto, una viaggiatrice. Il termine, mai come in questo caso, conta, perché viaggiare è diverso dal fare una vacanza, e viaggiare sola, come fa lei, è scelta e non condizione derivata dalla buca last minute dell’amica del cuore a da una singletudine forzata. Il suo viaggio è unprogetto di vita. Iniziato nel febbraio 2019, la riporterà momentaneamente in Italia nel settembre 2020 per il matrimonio di un’amica. Poi Anna Chiara riprenderà la sua strada. Oggi, dopo il Nepal, dove ha vissuto il momento il più duro da quando è partita, è arrivata in India. A sostenerla, una community di follower sempre più numerosa, e tanta determinazione.

DOMANDA. Il tuo viaggio è iniziato dall’Asia. Come mai?
RISPOSTA: Mi piacciono i posti colorati del mondo, forse perché anche io mi definisco una persona colorata. All’inizio ero molto attratta da India, Giappone e Indonesia, poi quando sono partita ho realizzato che per l’India non ero pronta, così ho preferito partire dal Sud dell’Asia. Ora sto per arrivarci, con una consapevolezza molto diversa rispetto all’inizio.

Com’era la tua vita prima?
Dopo la maturità classica avrei potuto fare qualsiasi cosa, ma sognavo la fotografia. A mio padre quando ho detto che volevo fare l’artista si è quasi fermato il cuore. Abbiamo fatto un compromesso, ho scelto una triennale in Giornalismo a Milano e mi sono laureata per non avere obblighi nei confronti della famiglia. Volevo iscrivermi alla Bauer ma non avevo soldi per frequentarla, servivano 6500 euro. Così ho iniziato presto a lavorare e a fare di tutto, dallo scarico del pesce a Porta Garibaldi, alla cameriera in una birreria. Poi quando ho raggiunto metà della cifra ho fatto il concorso: eravamo in 300, ci hanno presi in 20. Dopo la mostra di fine corso ero nella mia cucina, sorseggiavo il mio caffè e lì si è rotto qualcosa. Così ho fatto un biglietto di sola andata per Bali.

Da cosa è nato questo stimolo?
Il manifestarsi di un desiderio più intenso, un altro tipo di vita. C’è stato un momento in cui ho pensato a una vita ‘classica’: lavoro stabile, famiglia… Poi sono successe una serie di cose che hanno rimesso tutto in gioco. Da alcuni lutti, alla rottura con il mio fidanzato di allora (penso sia stato il più grande regalo che mi abbia fatto), dalla chiusura dell’azienda per cui lavoravo, che ha trasferito la sede in Albania, al pestaggio e al furto subito su un bus a Milano, a 20 metri da casa. Quando sono guarita da tutto questo, quando ho superato i miei lutti emotivi, ho capito che era il momento di andare oltre.

Oggi che persona sei?
Spudoratamente felice, cambiata e migliorata. Accade solo se lo desideri veramente, nessuno te la regala, la felicità. Ora ho tempo. Per la libertà, la gioia, ho aria. Per me è stato un inizio, conquistato senza l’aiuto di nessuno, e non una rinascita. Sono fiera di me stessa perché è come se avessi vissuto quattro vite, mi sento piu grande della mia età.

Come ti mantieni durante i viaggi?
Iniziare a lavorare da giovanissima mi ha permesso di mettere da parte un po’ di soldi serviti per questo primo anno in viaggio e fino a giugno 2020 non dovrei aver bisogno di lavorare. In realtà faccio un lavoro immenso sui social, fotografie, video, storytelling. E poi sto scrivendo un romanzo su questo mio viaggio di vita, dalla Puglia, a Milano al Mondo, dedicato a tutte le ragazze che non stanno sedute, che hanno il coraggio di alzarsi. Il «non ce la faccio» è giustificato solo da problematiche gravi. Io su di me ho puntato tutto. Voglio costruirmi una carriera su misura: questo viaggio è un primo approccio al mondo. Trovo le sistemazioni grazie a piattaforme come CouchSurfing e Workaway, ma mi appoggio anche ad associazioni umanitarie: offro le mie skills professionali in cambio di vitto e alloggio.

Com’è viaggiare così?
Non facile, a un certo punto accusi il tempo e la mancanza, delle comodità, di casa… Un anno è una porzione immensa di vita. Vivere una quotidianità e affrontare imprevisti è diverso dall’affrontare imprevisti in questa condizione; penso a quando sono stata male in Laos e non c’erano ospedali internazionali, o quando nello stesso periodo mi si è rotto il pc. Davanti a certe cose ti chiedi: «Che stai facendo?».

Un momento particolarmente difficile?
C’è stato in Thailandia, ad esempio, dove non partecipavo ad attività di sballo di gruppo, la gente va lì solo per quello. Mi sono sentita diversa, tutto è pensato per due, a partire dalle prenotazioni delle stanze. Nessuno mi parlava, mi sentivo giudicata. Il turismo di massa in certi ambienti è una piaga, sfruttano le bellezze per fare soldi e il paesaggio muore. Sono rimasta disgustata dalle tigri sedate e dai selfie con le donne dal collo lungo, così come dal trekking con gli elefanti.

Hai mai avuto paura?
Per me non esiste il pensiero: «Sono donna e non vado», e non esiste altro modo di viaggiare. Non mi sono mai fatta fermare dal mio sesso, ma mi sono sempre affidata al mio istinto. Prendo decisioni sensate, certo, ma tutto può succedere ovunque, e il pestaggio a Milano ne è una prova. Poco prima che partissi una ragazza è stata uccisa in Costarica, le amiche mi taggavano di continuo in post che riguardavano quell’episodio, ma sarebbe come dire: «Una ragazza è stata violentata e non ci mettiamo piu la gonna». Ci sono state donne prima di noi che si sono battute anche per darci la posibilita di poter fare questo.

Su questo siamo d’accordo, ma dimmi se hai mai avuto paura.
Due volte. La prima a Giava, ero appena arrivata, cercavo di comprare un biglietto del treno. Sono stata presa per le spalle da un gruppo di uomini e mi sono spaventata. Oggi saprei affrontare un momento così con più freddezza, ma allora ero a poco più di un mese di viaggio e sono stata ferma per due giorni. La seconda volta è recente. Mi ha raggiunto mio fratello per stare con me qualche settimana. Abbiamo prenotato una guesthouse e quando siamo arrivati ci hanno detto che non accettavano stranieri. Non volevano parlare con me perché donna, ma lui non parla inglese. Alla fine i toni si sono accesi e non è stato semplice gestire la situazione. Io però viaggio con le braccia aperte e prendo tutto, il bello e il brutto.

L’esperienza più bella finora?
Quella con le donne tatuate di Chin, in Myanmar, persone bellissime. Sono stata giorni con loro, ho vissuto con loro, mangiato con loro, visto i video su Youtube nel letto con i loro bambini. Le persone fanno la differenza in questo tipo di viaggio e anche nella fotografia. Non c’è posto dove non tornerei, ma il Myanmar è stato speciale.

Pianifichi o preferisci improvvisare?
Non organizzo nulla, non sono quel tipo di viaggiatrice. Se vedo una cosa che mi piace scendo dal bus e posso anche restare lì una settimana, quello che trovo lo devo vivere e questo non si puo condividere con altri né organizzare. Ho tenuto la mia libertà ingabbiata per anni, adesso vedo i miei sogni a portata di mano e mi sto impegnando per realizzarli. Mi piacerebbe fare workshop fotografici per viaggiatori, sempre nel rispetto dei luoghi e delle persone. Non sopporto la povertà sbandierata come un trofeo, se la foto non è rubata è piu bella, ecco perché penso che il rapporto con le persone vada costruito, per me è elemento imprescindibile di ogni scatto. Sognavo questa vita da sempre e adesso la sto vivendo. Ho radici un po’ qui e un po’ lì, e chissà che non trovi un altro posto da chiamare casa.

 

fonte letteradonna

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