Sport

BURN-AUT SYNDROMERIFLESSIONI DI CULTURA SPORTIVA

di VANNI PELUSO CASSESE

Anche nel mondo dello sport si parla sempre più spesso di abbandono dell’attività. Sia da parte di giovani atleti, ma anche di meno giovani. Per insoddisfazione. Per frustrazione. Per stress. Tale sindrome colpisce particolarmente quei soggetti non in grado di controllare cognitivamente e psicologicamente talune situazioni negative. Queste hanno origine da insufficienti motivazioni o scarso adattamento, ma non disdegnano di nascere anche da ricorrenti situazioni avvincenti e eccitanti che, alla fine, possono produrre un eccessivo e incontrollato carico psico-fisico. Gli effetti del primo caso sono particolarmente osservabili a livello di attività giovanile. Quelli del secondo sono più riscontrabili nell’attività sportiva d’alto livello. In ambedue le circostanze, il processo che s’instaura può essere paragonato a quello di una candela che all’inizio brilla di un fuoco vivace e intenso, ma che gradualmente si spegne del tutto. Questa la raffigurazione della sindrome del BURN-AUT. Assistiamo, infatti, al progressivo esaurirsi, nell’atleta, della sua tensione psicologica e, quindi, della qualità delle sue prestazioni. E così indichiamo con l’appellativo di ‘bruciato’ quell’atleta che si avvia all’irreversibile abbandono dell’attività sportiva. Il fenomeno del burn-aut è scarsamente tenuto in considerazione nell’ambito sportivo. Ciò, forse, perché esso sembrerebbe non doversi manifestare in un’attività che, a differenza del comune lavoro, dovrebbe presentare sufficienti stimoli e soddisfazioni per non soffrirne. Da qualche tempo, invece, tecnici sportivi e psicologi tentano di produrre statistiche e studi sulla frequenza del fenomeno burn-aut tra gli sportivi. Segno, questo, di una sua crescente diffusione. Conoscerne le origini e saper coscientemente amministrare i motivi che sono causa dell’instaurarsi di questa sindrome è sicuro viatico per evitare che, in special modo i giovani, possano vivere, nello sport, esperienze negative nella costruzione della propria personalità. Nell’ambito particolarmente dei giochi di squadra le cause che frequentemente concorrono all’abbandono precoce dell’attività sportiva possono essere ricondotte di solito all’impreparazione di tipo pedagogico-didattico-metodologico dell’istruttore. E, quindi, ancora una volta mi sento indotto a evidenziare l’importanza, per chi è preposto a formare i giovani atleti, di un’adeguata preparazione nella scienza dell’insegnamento, che non può e non deve porre le basi sull’esclusivo aspetto tecnico. Infatti, sarà da addebitare unicamente alle mancanze didattiche dell’istruttore l’instaurarsi delle cause che porteranno all’abbandono. Queste vanno individuate nell’incapacità di rispondere alle richieste dell’allenatore (cattivo rapporto con lui). Nell’insoddisfazione per i risultati conseguiti (non valgo proprio niente). Nella delusione per scarso utilizzo, da parte dell’allenatore, negli impegni agonistici (valgo di più). Nell’insofferenza ad accettare le regole del gruppo. Nell’impazienza nel conseguire i risultati. Nella noia per la rigida routine degli allenamenti. Sono questi i motivi che determinano un graduale deterioramento delle capacità di attenzione, dell’assiduità a presenziare agli allenamenti e, conseguentemente, della qualità delle prestazioni. Il tutto sfocerà, poi, nella totale perdita d’interesse che precede l’atto finale che è quello di abbandonare l’attività. Solo un preparatore che abbia studiato tali problematiche e sappia essere vigile e sensibile alle sfumature di comportamento dei suoi atleti saprà amministrare con competenza l’instaurarsi di questa sindrome, avendo capacità a riconoscerne i sintomi premonitori.

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