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“CAMMINO SULLE ORME DI MIO PADRE PER TUTTI GLI INTERNATI MILITARI ITALIANI”

Incontro presso la Camera del Lavoro di San Severo con il podista che ha percorso a piedi la strada del ritorno a casa degli IMI

Il lungo percorso a piedi di Pasquale Caputo, da Monaco di Baviera a Barletta, ha fatto tappa a San Severo la settimana scorsa, dove è stato protagonista di un incontro organizzato dall’ANPI e dalla CGIL presso la Camera del Lavoro.

Classe 1949, pensionato con l’hobby della corsa, ha deciso quest’anno di percorrere a piedi la strada che riportò a casa suo padre Francesco nell’estate del 1945. 1700 chilometri a piedi percorsi inseme a tanti altri “Internati Militari Italiani” liberati l’8 maggio del ’45 dai campi di deportazione tedeschi.

Francesco Caputo, il papà di Pasquale, in forza al Regimento Cavalleria di Ferrara, dopo l’armistizio dell’8 settembre del ’43, non volle far parte dell’esercito tedesco e come lui almeno un milione di soldati italiani. Molti riuscirono a scappare sulle montagne unendosi ai Partigiani, ma almeno 800mila uomini furono catturati dai Tedeschi, costretti a deporre le armi e deportati in campi di concentramento in Germania. Furono chiamati IMI (Internati Militari Italiani) dai Tedeschi, non “prigionieri di guerra”, per non doverli trattare secondo la Convenzione di Ginevra, ma come “traditori” deportandoli nei campi di detenzione in Germania.

Circa 60mila giovani militari italiani non ce l’hanno fatta e quelli che sopravvissero ritornarono a casa a piedi coperti solo da stracci, riuscendo ad arrivare a casa grazie alla solidarietà del popolo.

Francesco Caputo fu detenuto nei campi di Moosburg, Memmingen e Kaufbeuren, vicino a Monaco di Baviera e suo figlio Pasquale, con la sua impresa, ha voluto accendere i riflettori su un fatto che ha coivolto suo padre e tutti gli IMI sottolineando l’incredibile silenzio che c’è stato su questa vicenda in tutti questi anni.

Facendo tappa a San Severo, è stato accolto dall’ANPI e dalla CGIL che ha organizzato martedì 12 luglio un incontro presso la Camera del Lavoro di San Severo a cui ha partecipato la famiglia Villani che ha perso due componenti, Paolo e Vincenzo, quest’ultimo internato nello stesso campo di prigionia di Francesco Caputo a Moosburg. Pasquale ha parlato dell’importanza della conoscenza e della ricerca dei fatti, oltre l’informazione che potrebbe essere anche deviata, come dimostrano le vicende ancora oscure della nostra Repubblica. La sua storia affascinante inizia all’età di 7 anni, durante la famosa nevicata del ’56, quando finalmente il padre decide di raccontare la sua storia, gli parla per ore della sua vita, sfruttato fino a 18 anni da un proprietario terriero e poi dal fascismo, che lo ha arruolato nell’esercito, mandato in guerra per poi finire vittima delle atrocità del nazismo. Tutto ciò provocò in Pasquale un forte risentimento contro tutti i Tedeschi colpevoli e conniventi, a suo avviso, delle atrocità del nazismo. Con gli anni è maturata dentro di sé la voglia di provare la stessa esperienza che ha riportato suo padre a casa e quest’anno, ha deciso di realizzare questo suo desiderio a lungo tenuto nel cassetto.

L’accoglienza che ha trovato in Germania ha trasformato il suo rancore in affetto per i Tedeschi che, avendo fatto i conti con il proprio passato, hanno avuto il coraggio di mettere la parola fine al nazismo e alle sue atrocità. In Germania, infatti, la storia del nazismo e dei suoi orrori è raccontata a tutti fin da piccoli senza omissioni o giustificazioni, cosa che qui in Italia ancora riusciamo a fare visto che, come ha detto Pasquale “in Italia si intitolano ancora oggi scuole e strade a responsabili di genocidi in Etiopia ed Eritrea e qualcuno ancora continua a sostenere che Mussolini, in fondo, ha fatto anche delle cose buone”.

La solidarietà trovata da Pasquale, non solo in Germania, ma anche in Italia, dove è stato ospitato nelle Caserme dell’Esercito e accolto da molte persone ed associazioni che hanno organizzato incontri con i giovani per far conoscere una parte della nostra storia che nessuno ha mai raccontato è stata inaspettata. “C’è un Generale dell’Esercito Italiano – ha detto Pasquale – che quando ha saputo di questo mio cammino, ha fatto aprire tutte le caserme al mio passaggio ospitandomi. Mi ha chiesto anche se avessi bisogno di altro, ringraziandomi di questa mia azione e dicendomi che questo mio percorso lo stavo facendo per l’Esercito Italiano, per la sua storia e per il cambiamento democratico attuato negli anni dopo il fascismo. Il Generale ha affermato che l’Esercito Italiano è l’erede diretto di quei ragazzi che, dicendo no al fascismo, hanno spianato la strada al cambiamento che ha portato l’Esercito ad essere il custode della nostra Costituzione”.

A San Severo, davanti a Palazzo Celestini, sede del Comune, sono state poste a Gennaio tre pietre d’inciampo in ricordo di tre “Internati Militari Italiani”, Paolo e Vincenzo Villani e Michele Lacci, tre di quelli che non ce l’hanno fatta, per ricordare chi è stato artefice della trasformazione dell’Italia fascista nell’attuale Repubblica Democratica. Ma c’è da dire che questa parte della storia non è stata ancora divulgata come dovrebbe per dare il giusto peso a ciò che ha portato quei giovani al rifiuto di far parte di un esercito straniero e che per questo hanno subito le violenze più inaudite. “Non può essere dato lo stesso peso – ha detto il presidente dell’ANPI di San Severo Matteo Tricarico – a chi ha combattuto per la nostra libertà e ai famosi ‘ragazzi di Salò’. Il coraggio che ha portato alla morte questi ragazzi che non si sono sottomessi ai Tedeschi e alla dittatura fascista fa capire il grado di sofferenze che hanno dovuto sopportare nel ‘ventennio’ a causa di un folle dittatore”.

Il fratello dei due Villani, intervenuto, ha confermato la generosità del popolo tedesco nei confronti dei familiari di quei ragazzi che sono stati vittime della follia nazi-fascista dimostrando come la nascita dell’Europa, dalle macerie di quella terribile guerra, fosse diventata un luogo di PACE fra i popoli e il cammino di Pasquale, in questi giorni in cui la guerra è ritornata ad essere al centro del dibattito politico europeo, fa capire ancora di più che “non sono mai i popoli a volere la guerra, in qualunque modo la si voglia indicare vista la loro natura sociale ed accogliente – ha terminato il presidente dell’ANPI – ma i dittatori di ieri e di oggi che a volte si ritengono difensori di una società che non ha nulla a che fare con il concetto stesso di Democrazia in cui si ostendano maggioranze ‘bulgare’ che dovrebbero essere a garanzia dei cittadini ma che, nella maggior parte dei casi, non è così. Quella Democrazia ‘fondata sul lavoro’ che ci hanno consegnato, con la loro resistenza, il loro esempio e la loro vita, i partigiani e gli IMI”.

Pasquale Caputo, per concludere il suo intervento e per sottolineare come il suo cammino sia un’operazione per mettere in evidenza la conoscenza dei fatti, ha terminato dicendo: “Io non ho fatto niente rispetto a quello che hanno fatto loro”.

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