Capitanata, terra in attesa di futuro. Il treno che non si ferma: giovani in fuga dalle nostre città.

C’è un’immagine che racconta meglio di ogni statistica la condizione della Capitanata: un treno che passa, fischia, ma non si ferma. I giovani lo vedono correre via, spesso costretti a salirci sopra per non restare a terra. La disoccupazione al 16% e la fuga dei laureati, che lascia sul territorio solo il 15% di chi ha completato gli studi, sono le stazioni vuote di un viaggio che sembra senza ritorno. “Non si può fermare il vento con le mani”, scriveva Montale. Eppure, di fronte a queste cifre sconfortanti, il rischio è proprio quello: rassegnarsi, illudersi che l’emorragia di energie umane e intellettuali possa arrestarsi da sola. Non è così. La nostra terra continua a perdere linfa vitale, e il silenzio istituzionale somiglia sempre più a un’arida steppa dove i semi della speranza non riescono a germogliare. Il digital divide, il ritardo nelle tecnologie, l’assenza di progetti formativi solidi sono come vecchie zavorre attaccate a un pallone aerostatico che non riesce a staccarsi dal suolo. “La modernità non aspetta nessuno”, ammoniva Bauman, e la Capitanata sembra rimanere ferma sul binario morto della storia, mentre il mondo corre verso l’intelligenza artificiale, la transizione digitale, le nuove sfide globali. Eppure, la storia ci insegna che ogni deserto può fiorire se qualcuno ha il coraggio di portare acqua. Serve una nuova alleanza sociale, capace di mettere al centro i giovani, non come numeri da contare nelle statistiche, ma come volti, talenti, energie da trattenere e da valorizzare. Occorre trasformare le fughe in ritorni, le partenze in opportunità, la rassegnazione in progettualità. Purtroppo, secondo alcuni esperti, son sembrano sufficienti le pur meritorie iniziative di associazioni e movimenti: senza la creazione di una vera e propria task force, capace di riunire intorno allo stesso tavolo: politica, scuola, mondo imprenditoriale, Chiesa e terzo settore, sarà difficile immaginare un cambiamento profondo e duraturo della situazione. Infatti, esistono esperienze e iniziative che testimoniano la possibilità d’invertire la rotta. A Lecce, ad esempio, il progetto Southstainability rappresenta un laboratorio d’innovazione sociale e sostenibilità in cui istituzioni, imprese, università e terzo settore si uniscono per promuovere lo sviluppo locale e il lavoro giovanile. Attraverso un festival e una piattaforma permanente, Southstainability stimola la creazione di reti, competenze e pratiche concrete di rigenerazione urbana, economia circolare e coesione sociale, dimostrando che dalle difficoltà si può generare impatto reale e duraturo. “Là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”, scriveva Hölderlin. Forse è in questa crisi, così acuta e dolorosa, che si nasconde l’occasione di un risveglio. Ma occorre una volontà collettiva, un atto di responsabilità: smettere di lasciare che i treni passino senza fermarsi e costruire finalmente una stazione del futuro in cui i giovani non siano più costretti a partire.



