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“Cerchiamo…la Giustizia”

Nei “Promessi sposi”, Renzo, quando si reca dal dottor Azzecca-garbugli, sperimenta di persona la corruzione dilagante nelle attività legali.
La “cima d’uomo” gli mostra la Grida del 15 ottobre 1627 nella quale si intimano pene severe a chi minaccia un curato; inoltre, l’avvocato, scambiando Renzo per uno “…dei bravi di mestiere…” o “…un facinoroso di ogni genere…” gli spiega in cosa consisterà la sua difesa: cercare la protezione del mandante, intimidire il curato minacciato e mettere a tacere lo “sposo” vittima e oggetto del sopruso, sovvertendo così i termini stessi dell’idea di giustizia.
“Roba d’altri tempi!” – mi direte. Forse!
Ma il senso della Giustizia, da sempre, rievoca l’innato bisogno di un mondo senza prevaricazioni, in cui il debole non subisce violenza e tutti, in uno slancio ricorrente di fraternità, si aiutano e si vogliono bene.
Vero è che il Manzoni, in una “visione” profetica del consesso umano, ci mette in guardia dalla possibilità – sempre imminente – che una società, se non è ben salda nell’unità dei propri membri, favorirà, per incuria e sprovvedutezza, quegli “stili” di comportamento di frange deviate nella comunità, dando vita ad una certa “subcultura”, di cui facciamo esperienza quotidiana, che raccoglie atteggiamenti che vanno da aspetti arcaici come il pascolo abusivo ad aspetti più moderni come il riciclo di denaro sporco in sofisticate operazioni finanziarie.
Questo ampio ventaglio di comportamenti, corrode la cultura dominante e porta all’affermazione di una contro-comunità.
Il rischio di queste dinamiche sociali, come sottesamente ha interpretato il Manzoni, è quello della prevaricazione e di un modello sociale in cui il bene non è garantito a tutti.
Quanto a dire che il paradigma di una società più giusta e fraterna richiede un costante allenamento alla ricerca del bene di tutti ed un assiduo e fattivo impegno di ciascuno.
E questo di oggi, credo, sia un tempo propizio per l’uomo che auspica davvero il cambiamento.
A causa dell’emergenza sanitaria, invero, abbiamo fatto l’esperienza che nessuno si salva da solo, ma che, prestare attenzione all’altro, è importante per la sopravvivenza di tutti.
Per cui, se leggiamo in controluce la raccapricciante vicenda, rimbalzata sulle cronache di tutti i giornali e telegiornali locali e nazionali, delle recenti minacce all’indirizzo del Sindaco di San Severo, minacce che hanno innescato una guerra di screditamento verso il Primo Cittadino, piuttosto che sostenerlo, o l’aggressione

all’ispettore dell’anticrimine o piuttosto quella al funzionario dell’Amministrazione comunale, non possiamo che trarre l’unica conclusione di senso possibile: è ora di cambiare.
Forse il primo e significativo cambiamento è il reset di una certa politica che fa uso del tatticismo fine a se stesso, senza nessuno sguardo “lungo” sulla crescita etica e sociale della Comunità.
Infatti, una comunità potrà cambiare vita se la politica stessa, in primis, sarà in grado di attivare tutti quei processi in grado di migliorare l’equità e la qualità delle relazioni.
E proprio ripensando al senso della Giustizia, noi di Città Civile, riteniamo che l’azione di contrasto al crimine non possa essere demandata, pressoché in via esclusiva, all’azione repressiva.
Si è vero che strumenti come il sequestro e la confisca dei beni e delle ricchezze, per esempio, sono misure di contrasto indispensabili, per sottrarre risorse alle organizzazioni criminali, eliminando in tal modo alla radice i legami tra economia criminale ed economia legale; tuttavia, il valore dell’azione preventiva, rispetto all’agire criminale, non va in alcun modo sottovalutato.
Diffondere e rafforzare, primariamente a livello culturale e non solo, l’idea che certe condotte antisociali devono essere stroncate sul nascere per ridurre i fenomeni delinquenziali ed evitare la stratificazioni di comportamenti che per incuria, sprovvedutezza o indifferenza strizzano l’occhio al sopruso, favorendo un sistema illegale, è improcrastinabile.
Le attività di prevenzione oggi non sono evidentemente adeguate e bilanciate, rispetto alle controforze in campo; sarà forse perché si spende poco per la prevenzione?
L’azione, assidua e scrupolosa, dei servizi sociali, non è tutto.
In realtà la previsione del comportamento antisociale e/o delinquenziale, la scelta tra differenti misure di “controllo” sociale, la valutazione metodologica dell’impatto dei risultati raggiunti, da specifiche politiche di intervento, sono enunciati che scaturiscono dall’azione assidua di un presidio giudiziario di prossimità, che si pone come interlocutore attento e raggiungibile rispetto al territorio.
Tutto ciò porterebbe ad un reale innalzamento dei livelli di attenzione su tutta la Comunità, svelando retroscena impensabili in quella che definiamo “zona grigia” che fa da scudo, a volte anche “involontariamente”, alla criminalità; pensiamo, solo per fare qualche esempio, al mondo del lavoro irregolare, al mondo finanziario che ripulisce di fatto il danaro sporco, al commercio drogato da capitali sporchi, alle attività di facciata, ecc.

Ecco perché siamo convinti, in totale dissenso e controtendenza a quanto una politica giudiziaria miope ha favorito sin qui, che l’istituzione, nel nostro territorio, di un tribunale e di una procura autonomi e distinti da quelli esistenti, con tutte le sue diramazioni, siano determinanti per migliorare l’equità e la qualità delle relazioni sociali.
Ci sono tutte le premesse e le condizioni per una immediata e piena attuazione di questo progetto.

 

Avv. Michele Compagnone

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