CHIEUTI: LA STORIA DEL GRUPPO ARBËRESH

Chieuti: ho pensato a lungo prima di scrivere, ripercorrendo con la mente e i ricordi la storia del Gruppo Arbëresh. A volte sembra che il tempo porti via tutto, ma non è così. La storia siamo noi — come cantava Francesco De Gregori — e anche Chieuti ne ha una. Per non dimenticare, ripercorriamo gli anni dedicati con tenacia allo studio della canzone arbëreshë: una storia fatta di ricerca, passione, talenti e sacrifici, che hanno portato il nome di Chieuti e del nostro Gruppo in giro per l’Italia.
Le origini e i protagonisti
Alla fine degli anni Settanta, dopo l’improvvisa scomparsa di Roberto Ruberto — colui dal quale tutto ebbe inizio in un piccolo locale di via Brunetti —, nasce il Gruppo Arbëresh di Chieuti grazie all’iniziativa e agli approfonditi studi dell’indimenticabile Giorgio Ruberto e di Donato Meola. Un gruppo musicale che per anni è stato, senza ombra di dubbio, un punto di riferimento per il canto albanese in Italia. La ricerca etnomusicale e i brani raccolti nelle tre edizioni pubblicate rimarranno impressi per sempre nella storia chieutina e non solo.
Tra i componenti si ricordano Giovanni Rimenti, Tonino Fiadino, Lello Dell’Aquila, Nicola De Virgilio, Antonella Calò, Angela Dell’Aquila, l’amico fraterno Leonardo Meola, Domenico Gallucci, Lello Manna, il sottoscritto e poi Raffaela Tammaro, «la voce». Esordendo nel gruppo a soli nove anni con una vocazione e un talento innati, Raffaela diede vita a un’espressione etno-antropologica senza eguali: bastava chiudere gli occhi per provare emozioni da brividi. Era la rinija, la giovinezza che si riappropriava di ciò che stava svanendo: la nostra storia e la nostra cultura. La tradizione, allora in forte decadenza, trovava una nuova era di riscatto, una vera manna che Chieuti attendeva. Il merito fu senz’altro di Giorgio Ruberto, che aveva già in mente una visione chiarissima.
Concerti, viaggi e collaborazioni
Quanti pomeriggi passati insieme, quanti splendidi ricordi legati alla gioventù e ai concerti: le trasferte a Piana degli Albanesi, a Milano presso il Teatro della Provincia — dove ad arricchire la serata fu presente uno dei più noti pittori albanesi, Ibrahim Kodra, che omaggiò il Gruppo con una litografia raffigurante una Madonna bizantina, divenuta poi la copertina di una pubblicazione musicale —, le esibizioni a Cernusco sul Naviglio, Lecce, Troia e negli studi RAI di Bari con Rina Durante. E ancora, le lunghe prove sotto la meticolosa direzione e la bravura di Donato Meola, le grandi soddisfazioni e il lavoro di studio condotto con il prezioso supporto del Prof. Giuseppe Ferrari (1912-1996) dell’Università di Bari.
La ricerca sul territorio
Tutti i paesi albanofoni del territorio sono stati setacciati con cura meticolosa. Proprio riguardo a queste campagne di ricerca, Donato Meola racconta:
«Valle Valle l’abbiamo riscoperta lì, dormiente, a Montecilfone, nel Molise arbëresh. Dai primi elementi emersi si è rivelata fin da subito un documento unico — l’unico rimasto a Montecilfone, un po’ come Rine Rine per Chieuti. Giorgio si era concentrato principalmente sulle stornellate (quelle che io definivo “romanesche”), un genere tuttora in voga a Casalvecchio, a San Marzano e nell’area albanofona di Greci. Abbiamo perlustrato il territorio in lungo e in largo. La Calabria, in quella specifica circostanza, ci era distante non solo geograficamente ma anche per stilema: lì molta tarantella e una marcata composizione pseudo-liturgica a carattere epico, ma poca prosopopea tradizionalista, ormai appannaggio esclusivo di pochi anziani che praticavano un folk autentico. Lì sono state le tarantelle a sostenere la tradizione coreutica. Dal mio punto di vista, consapevole della caparbietà della mia gente, ho sempre ritenuto che la scomparsa delle Vallje e della tradizione coreutica in Capitanata sia da attribuire al rifiuto di sostituire la tarantella garganica (dominante dalla fine del ‘700) alla vocazione etnica locale, ormai diluitasi nella modernità.»
Un’eredità da custodire
Senza dubbio il Gruppo Arbëresh ha saputo interpretare e affermare la storia del canto italo-albanese. Oggi c’è l’urgente bisogno di riappropriarsi di questo patrimonio per ridare alla comunità una ragione di esistenza etnico-alloglotta. Questa singolare vocazione culturale può diventare una reale attrattiva per un turismo di qualità, capace di suscitare interesse per Chieuti, così come avviene in altre comunità arbëreshë che riescono a valorizzare le proprie radici ed utilizzare proficuamente le risorse economiche.
«Coinvolgere i giovani prima che scompaiano gli anziani»: questo è da sempre il motto di Donato Meola. Chi ama la propria terra deve dare senza aspettarsi nulla in cambio, se non un futuro armonioso per la propria comunità.
Giovanni Licursi



