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CHIEUTI: SAN GIORGIO MARTIRE E LA SUA FESTA

Chieuti: come accade da secoli è tutto pronto per la festa patronale di San Giorgio Martire, l’aria comincia pian piano a farsi più calda in questa primavera che tarda ad arrivare. Il Comitato festa con a capo l’infaticabile parroco don Antonio Di Domenico sta lavorando per mettere a posto ogni dettaglio. In giornata il gruppo di uomini e donne capeggiate da Angelo Brunetti comincia a fare il Tarallo. Gli uomini dei quattro carri accudiscono quotidianamente i buoi e i cavalli, la corsa è dietro l’angolo. Tutto il paese veste i colori dei quattro carri, Come si può capire tutti gli abitanti chieutini sono in fermento. Già in queste notti non si dorme più e il cuore batte sempre più forte per le emozioni da vivere.

Aprile il mese dell’anno, il più bello,  che, all’insegna della primavera, dà inizio alle feste religiose e pagane che salutano la rinascita di questo ciclo. San Giorgio, all’interno di questo tempo, è il personaggio che compendia la religiosità degli “arbèreshè”  ed i residui profani di un culto volto a perpetrare la devozione della  popolazione verso il Martire di Cappadocia e l’omonimo eroe nazionale Giorgio Kastriota Skanderbeg, anch’egli noto per aver difeso il mondo cattolico dal paganesimo e dalla diffusione della religione musulmana.

Giorgio di Lidda ( ? – – 303), tribuno in Palestina, una delle terre più tormentate del mondo, si convertì al cristianesimo e dopo aver donato ai poveri tutti i suoi averi, s’impegnò a diffondere e a difendere la nuova dottrina. La sua storia, tramandata come leggenda e collegata alla sua rappresentazione iconografica, è stata narrata dall’agiografo Iacopo da Voragine  (Varazze 1230 – Genova 1298) che nella sua “Legenda Sanctorum”, meglio nota come “Legenda Aurea”, ha offerto una fantastica rielaborazione della vita  dei Santi, ben presto tradotta in tutti i volgari e fonte inesauribile di notizie leggendarie e miracolose molto sfruttate dalla iconografia cristiana.

Praticato in tutto il mondo cattolico, il culto di San Giorgio si svolge in circa diecimila parrocchie che lo hanno eletto patrono ed in 110 comuni che in Italia ne portano il nome.

Pochi sono i documenti sulla vita del santo che patì il martirio sotto l’Imperatore Diocleziano (284 – 305).

Quasi sempre rappresentato a cavallo da artisti di tutti i tempi, San Giorgio è onorato in Inghilterra, in Russia e in Spagna. L’iconografia corrente si compone di pochi elementi: il Santo, un bianco destriero, una lancia, una fanciulla, un drago; qualche volta sullo sfondo, un turrito palazzo.

Il Santo, cavaliere-gentiluomo, è quasi sempre raffigurato con fattezze acerbe e giovanili per rappresentare la genuinità e la freschezza della fede, elemento principale della sua missione, metaforicamente impegnato nella lotta del bene contro il male: il drago e la principessa.

LA FESTA PATRONALE DI SAN GIORGIO

 La tradizionale corsa dei buoi dall’aspetto molto religioso, si tramanda da più di 400 anni, e si svolge in onore di San Giorgio Martire. Essa consiste in una corsa dei carri trainati da due buoi di circa cinque km. I partecipanti alla corsa sono i “carrieri”, che guidano il carro. I cavalieri che accompagnano il carro tirato dai buoi, con le pertiche vengono chiamati “accompagnamento”, mentre un altro cavallo con una lunga corda davanti ai buoi tira il carro e viene chiamato “catena”.

           Quindi lo sforzo dei buoi è minimo, la loro grande fatica è fare il tragitto di corsa. I buoi non temono il peso della gara grazie alla meticolosa preparazione atletica data loro durante l’anno. Le pertiche in mano a cavalieri e “Carrieri” servono per stimolare i buoi e per spingere il carro in avanti.

            Alla celebrazione della festa patronale di San Giorgio Martire che si svolge nei giorni 21, 22 ,23 e 24 aprile di ogni anno, sono legate tre caratteristiche tradizioni, uniche nel loro genere: LA CORSA DEI CARRI, IL TARALLO E L’ALLORO O LAURO

            La festa ha inizio il 21 pomeriggio verso le ore 17.00, quando i carri trainati da buoi entrano in paese, portando rami di alloro, che andranno ad adornare in segno di gloria e di trionfo la facciata della Chiesa in onore del Santo Patrono San Giorgio. Dopo l’entrata del Lauro, nello stesso pomeriggio del 21, si offre a San Giorgio il TARALLO, portato in spalla dai fedeli fino alla Chiesa, in segno di devoto omaggio, quale frutto della terra e del lavoro dei Chieutini.

Il TARALLO è una grande treccia di pasta di caciocavallo, di circa 70 kg, elegantemente lavorata a mano da massari del posto, in acqua bollente, sulla quale sovrasta San Giorgio cavaliere, che protegge la donzella, minacciata dal drago. Il tutto legato da nastri variopinti ad una forma di legno, che i devoti portano anche in processione il giorno 23. Il Tarallo durante i quattro giorni di festa è esposto in Chiesa affinché tutti possano ammirarlo. Appena dopo la festa, i circa 70 kg di pasta, che formano il Tarallo, vengono divisi in tanti pezzi quante sono le famiglie di Chieuti e del territorio, che lo consumano in segno di devozione dopo aver recitato qualche preghiera.

            Il giorno 22, i carri che hanno portato il LAURO prendono parte alla tradizionale CORSA DEI CARRI.

            La mattina, i componenti di ciascun carro, (LA CITTADELLA, COLLEFINOCCHIO SAN VITO, COLLEFINOCCHIO VACCARECCIA e GIOVANISSIMI, ciascuno contraddistinto dai propri colori sociali), carrieri e cavalieri, partecipano alla Celebrazione Eucaristica per chiedere protezione al Santo durante la corsa verso il paese.

            Successivamente si effettua l’estrazione della CARTELLA, in pratica attraverso il sorteggio si stabilisce l’ordine di partenza dei carri, i quali si dispongono in fila davanti alla Chiesa per ricevere la benedizione del Parroco. Si avviano, quindi, accompagnati da una grande folla verso il luogo di partenza, in località Giumentareccia.

I carri proseguono il cammino uno dietro l’altro secondo l’ordine di partenza stabilito. Ad un segnale convenuto i carri si girano su se stessi, e su segnalazione del sindaco, partono ed iniziano a correre verso il paese.

            Il momento di girarsi è una fase delicatissima in cui si fa uso di tutta l’esperienza. I carrieri non devono innervosire gli animali e scegliere la mossa migliore per girarsi e partire bene.   L’”accompagnamento” dei cavalli si apposta nel modo migliore per supportare la corsa dei buoi e la “catena” deve essere pronta ad afferrare la corda, lanciata dai carrieri, per guidare il carro. Un banale errore può compromettere l’esito della corsa e vedere così tutto il lavoro svolto in un anno andare in fumo. Una volta girati, i carri iniziano la vera corsa, mentre i buoi guidati dalla catena corrono in direzione del paese e i cavalieri li accompagnano  affiancando e sospingendo il carro; ogni gruppo si affianca al proprio carro, creando così una scena spettacolare senza eguali.

I buoi sono i veri protagonisti, quando arrivano in paese, dove la gente acclama il proprio “partito”.

            La cosa stupefacente è che quando i buoi entrano in paese di corsa, sembrano scossi, invece, una volta giunti alla porta settentrionale del paese continuano tranquilli verso il traguardo fin davanti alla Chiesa di San Giorgio ed è li che avviene qualcosa di magico, senza che nessuno glielo ordini si fermano e sembra che accennino ad un saluto di devozione, per poi continuare docili e mansueti per il Corso  principale.

Al popolo la tradizionale festa sembrerebbe svuotata della sua solennità se la corsa dei carri non dovesse aver luogo. Infatti non è stabilito alcun premio per i vincitori, nè per i carrieri, i quali indossando anche un caratteristico berrettino rosso con l’effige di San Giorgio, hanno il solo privilegio di portare in processione per primi sulle loro spalle, la statua lignea del Santo Patrono il giorno seguente, 23 aprile.

            Questa festa rappresenta una manifestazione folclorica tra le più interessanti ed enigmatiche che la Capitanata condivide con il basso Molise per via del fatto che la stessa rappresentazione, con piccoli diversivi, accade anche nei comuni di Ururi, Portocannone e San Martino in Pensilis. Per la complessità del rito e per la ricchezza di simboli che la festa contiene, si può ritenere che quella di Chieuti sia la più importante. I simboli di questa festa come la carrese di San Giorgio è una manifestazione di origine precristiana che, attraverso la drammatizzazione del mito di Apollo e Dafne, diventa augurio di risveglio vegetativo. Il mito racconta che Apollo invaghitosi di Dafne, la ninfa figlia di Gea (Madre Terra), l’insegue per i boschi. Dafne, che non corrispondeva l’amore per il dio, implorò l’aiuto della madre che, impietositasi, la trasformò in un albero di alloro. A questo punto, non potendo più avere Dafne con se, Apollo si cinse il capo di una corona d’alloro e da quel momento la pianta sempreverde è dedicato a persone che compiono mirabili imprese. Questo mito, che mette in relazione Apollo, dio del Sole, con Dafne/Alloro simbolo dell’oltretomba e quindi delle forze oscure della terra, è drammatizzato il giorno prima di San Giorgio (che la religione Cristiana ha sovrapposto ad Apollo) nell’entrata del lauro. Chieuti è uno dei comuni alloglotti di lingua arbëreshe e in questa lingua la parola “Dafne” si traduce in “alloro”. L’entrata di Dafne in città, sul carro del Sole è simbolo di rinascita, di risurrezione vegetativa e per questo si dona una fronda di alloro ad ogni famiglia della comunità che provvederà ad esporla davanti l’uscio di casa.

            La corsa, invece, può avere origine da antichi riti di fondazione delle città (Ver Sacrum – Primavera Sacra) che consisteva nel sacrificare alla divinità i primogeniti nati durante la Primavera che, a fronte di molti vantaggi sociali, arrivati in età adulta erano costretti ad allontanarsi dalla comunità per fondare nuove colonie. La migrazione avveniva seguendo un animale totemico del quale si interpretavano i comportamenti e i movimenti, fino a giungere a destinazione ovvero dove si sarebbe insediata la nuova comunità.     Possiamo arguire che la corsa dei buoi verso la Chiesa sia un retaggio di antiche reminiscenze che fanno capo al Ver Sacrum che avrebbe dato origine alla cittadina di Chieuti, prova ne sia che la pianta topografica originaria del paese era a forma di carro ponendo quest’ultimo come totem della comunità. Inoltre Qefti (Chieuti in arbëresh) potrebbe derivare dal verso onomatopeico di qualche specie di uccello, molto rappresentato sul famoso Tarallo di pasta di caciocavallo.

            La descrizione delle fasi salienti della festa di S. Giorgio non rende giustizia del clima di partecipazione di tutta la comunità che, pur di difendere i propri colori e la propria squadra, trascende in litigi e sfottò che avranno ripercussioni lungo tutto il corso dell’anno a venire. L’intercettazione dei significati simbolici della carrese di Chieuti credo vada divulgata per far comprendere a tutti la valenza antropologica di questa manifestazione ricordando che in ogni festa popolare c’è sempre una componente di rischio che serviva da rito di iniziazione dei giovani del paese, felici di mettersi in mostra per entrare a pieno titolo nel nuovo ruolo che la comunità avrà riservato loro.

           Anche se non si hanno documentazioni storiche precise sull’origine e il significato della CORSA DEI CARRI, si può senz’altro affermare che essa ha avuto luogo da tempo immemorabile per onorare San Giorgio cavaliere. C’è chi dice che essa abbia avuto inizio durante il trasporto dell’ALLORO o LAURO, a causa dello spirito di emulazione proprio degli albanesi, che induceva i carrieri, ad incitare i buoi per giungere per primi davanti alla Chiesa.

            Il fascino tradizionale di questa festa, spira nell’animo popolare, che da tempo immemorabile perpetua il rito, risalta una devozione, glorifica una fede. Ciò che può sembrare una costumanza barbara, è invece, la fedeltà schietta e semplice di un popolo, che celebra le avite tradizioni religiose, e l’innato amore verso il borgo natìo. L’amore per gli animali, buoi e cavalli, dura quotidianamente dalla nascita di questo piccolo paese ai confini col Molise, e che durante i festeggiamenti in onore di san Giorgio, viene visitato da migliaia di persone che arrivano da ogni parte d’ Italia.

Il Parroco don Antonio di Domenico ha voluto rivolgere un saluto ed un augurio a tutti: “Carissimi chieutini, fratelli e sorelle nel Signore,

La festa del nostro caro San Giorgio bussa di nuovo alle porte del nostro cuore e delle nostre case. Non è solo un appuntamento sul calendario o una tradizione che si ripete; è il momento in cui Chieuti si ritrova, si guarda negli occhi e riscopre di essere una famiglia.

San Giorgio, il giovane martire che con coraggio ha affrontato il drago, ci insegna una verità bellissima: non si è mai troppo soli o troppo deboli se si ha la forza della fede. Quel “drago” che oggi spesso cerchiamo di sconfiggere si chiama indifferenza, stanchezza o solitudine.

Il mio invito per voi: Viviamo la Festa con Fede: Non limitiamoci all’esteriorità. Partecipiamo alle celebrazioni con il desiderio di incontrare Gesù, lo stesso Signore per cui San Giorgio ha donato la vita. Lasciamo che la sua testimonianza scuota la nostra polvere e ci ridia entusiasmo. Riscopriamo la Comunità: La festa è bella perché si fa insieme. Vi esorto a spalancare le porte del cuore: salutiamoci con un sorriso vero, tendiamo la mano a chi è rimasto indietro o vive un momento di difficoltà. Sentiamoci orgogliosi di appartenere a questa terra e a questa Chiesa. Imitiamo il Coraggio del Martire: Essere cristiani oggi richiede la stessa “grinta” di San Giorgio. Vi invito a portare un pezzetto di questa festa nella vostra vita quotidiana: più pazienza in famiglia, più onestà nel lavoro, più amore verso il prossimo.

Usciamo per le strade, seguiamo il nostro Patrono e lasciamoci contagiare dalla gioia del Vangelo. Chieuti è viva se batte all’unisono nel nome del Signore!

Buona festa a tutti voi, alle vostre famiglie e ai nostri emigrati che portano San Giorgio nel cuore ovunque si trovino.

Con affetto paterno,

Il vostro Parroco”.

Anche il Sindaco Dott. Diego Iacono  ci ha rilasciato una sua dichiarazione: “ si avvicina la festa e le emozioni crescono come ogni anno, sono sentimenti misti a tensioni, paure, per l’epilogo che deve essere sempre diretto alla buona riuscita, al divertimento, al rispetto. Il vero senso della festa è l’amore e la devozione per il nostro Santo. Le parole girano ma lasciano il tempo che trovano. Le emozioni tramandate dai nostri avi salvaguardano la nostra bellissima e unica tradizione. Non bisogna mai abbassare lo sguardo ma essere fieri di quello che viene fatto.

Pertanto ringrazio don Antonio per l’infaticabile lavoro che svolge con tutto il suo gruppo, in primis il comitato festa. Lavoriamo insieme in piena armonia per rendere la festa un momento davvero magico. Un saluto doveroso a tutti i chieutini che si trovano lontano dal nostro paese, il mio pensiero va a tutti loro e sappiano che siamo vicini a tutti. Da parte mia e di tutta l’amministrazione comunale non mancherà mai l’impegno affinchè la nostra festa non cessi mai di esistere. Buona festa a tutti.

Giovanni Licursi

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