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Colangelo, come Cesare: tradita dai suoi. La congiura silenziosa contro il “Cesare” di Palazzo Celestini

A un anno dall’insediamento dell’amministrazione guidata da Lidya Colangelo, San Severo assomiglia più al Senato romano delle Idi di marzo che a una città in cammino verso il cambiamento. Quello che sembrava un nuovo inizio, sancito il 24 giugno 2024 da una vittoria di misura contro il candidato di centrosinistra Angelo Masucci, si è rivelato ben presto il prologo di una stagione tormentata. Fin dai primi giorni, la “Cesare” di Palazzo Celestini ha dovuto affrontare nemici visibili e invisibili: un bilancio lacunoso, una macchina amministrativa inceppata, un’intera compagine politica priva di reale esperienza. Ma come nella Roma del 44 a.C., i pericoli maggiori non arrivano dall’opposizione – che si è limitata a qualche interrogazione e comunicato di circostanza – bensì dall’interno del foro politico: una maggioranza lacerata da personalismi e brame di potere. Non servono pugnali per tramare una congiura: bastano silenzi, veti incrociati, astensioni strategiche e improvvise richieste di rimpasto. Infatti, a pochi mesi dall’insediamento, già nel dicembre 2024, l’amministrazione ha rischiato il collasso sotto il peso di una crisi interna. Il “colpo di scena” è arrivato con l’uscita dalla maggioranza della consigliera Raffaella Vene, eletta con i “Popolari” ma presto divenuta “indipendente”, lamentando un clima opaco e insostenibile. Da lì in poi, il senato cittadino si è trasformato in un’arena instabile. Tre assessori hanno lasciato la giunta: Amerigo Sponcichetti, silurato, a quanto pare, da chi lo aveva sostenuto; Bruno Savino, vittima delle lotte interne a Fratelli d’Italia; Mario Marchese, dimessosi dopo aver lamentato sui social minacce e isolamento politico. Tutti caduti, come nobili romani sacrificati per mantenere gli equilibri tra le fazioni. Ma l’epilogo è arrivato nel maggio scorso, subito dopo la Festa del Soccorso, quando sei consiglieri di maggioranza – D’Antuono, Franciosi, Mariani, Matarante, Orlando e Tardio – hanno chiesto le dimissioni della presidente del Consiglio Comunale, Alessandra Spada. Come Bruto e Cassio dinanzi a Cesare, i congiurati non hanno colpito apertamente, ma con parole e mozioni mirate a mettere in discussione la guida dell’intero governo cittadino. Eppure, come nel foro romano, il colpo è mancato: i sei consiglieri si sono poi astenuti nel voto sul rendiconto 2024, rinunciando alla mozione di sfiducia. Ma il danno era fatto. La presidente Spada si è dimessa comunque, affidando a una lettera pubblica il suo “Et tu, Brute?” rivolto a una maggioranza che, a suo dire, avrebbe sacrificato il bene comune sull’altare dell’ambizione personale.
Oggi, a un anno esatto dalle elezioni, la città resta in stallo. La sindaca Colangelo regge ancora le redini del comando, ma il suo senato è diviso, logorato da sospetti e rivalità. Il vero nemico, secondo gli esperti della politica locale, non è fuori dalle mura, ma tra i banchi del potere. E come nella Roma del passato, quando il protagonismo individuale prevale sull’interesse collettivo, il rischio è che non cada solo il leader, ma l’intero assetto della città. La città ha bisogno di chiarezza, responsabilità e visione. Altrimenti, sarà ricordata non per ciò che poteva diventare, ma per ciò che ha lasciato implodere.



