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CONTO ALLA ROVESCIA PER … L’ATTESO, VITUPERATO FINALE

di AUGUSTO FERRARA

Meno 5, 4, 3, 2, 1 … Auguri, buon anno!” Buon anno??? Ma quale buon anno, il conto alla rovescia terminerà, al posto degli auguri, dei baci e degli abbracci, con un sonoro “Stoooooop, rièn va plus, tutto chiuso”, e con una porta (o finestra, nel nostro caso) sbattuta in faccia, accompagnata da un “ci dispiace, non è più possibile, ritorni tra cinque anni ”! Soltanto cinque anni, che saranno mai cinque anni? È questa la scena che vivranno purtroppo molti lavoratori il 31 dicembre prossimo, quando per via di pochi mesi, o pochi giorni o addirittura un solo secondo, si chiuderà la possibilità di andare in pensione con la famigerata quota 100; compiendo i 62 anni di età dal 1° gennaio 2022 in poi, tante persone non potranno più avvalersi di questo “epico” esperimento (così è stato definito, ma al contrario credo si tratti di una vera e propria “cambiale elettorale”, per la verità, visto il battage pubblicitario che ne è stato fatto prima delle politiche del 2018). Una vera iniquità, soprattutto per chi dovrà aspettare di compiere 67 anni e svariati mesi per andare in pensione: e la sperequazione diventa ancora più evidente se il 1° gennaio 2022 la somma di anzianità anagrafica (62 anni) ed anzianità contributiva dovesse superare anche di diverse unità quota 100, perché molti matureranno a quella data non 38 anni di contributi versati, ma 39 e più, con la conseguenza quindi che si vedrebbero negato il diritto al collocamento in quiescenza per un solo secondo, o giorno o mese, pur raggiungendo quota 101, o 102 o 103 e finanche 104 (perché la legge Fornero prevede la pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi, ma trascorsi tre mesi dalla maturazione dei requisiti, e quindi con effettivi 43 anni e 1 mese); per queste persone, quindi, verrebbe a verificarsi così una vera e propria disparità di trattamento, con l’aggravante che chi ha versato di meno va in pensione, chi ha versato di più no, e dovrà farlo per altri cinque anni che si aggiungono a quelli che già ha corrisposto in più alla stessa data del 31 dicembre 2021. Certo, gli equilibri di finanza pubblica e la stabilità del sistema previdenziale vanno ovviamente salvaguardati, vieppiù in un frangente nel quale l’emergenza pandemica sta mettendo entrambi a dura prova: ma questo non può affatto giustificare una differenziazione così accentuata tra lavoratori che si trovano in condizioni pressoché analoghe: se quota 100 è un privilegio, come molti la considerano, a maggior ragione non deve andare a scapito di altri, altrimenti si aggiunge al danno anche la beffa. Come uscirne allora? Come sempre, non si possono salvare capra e cavoli, ma un sistema per mitigare le sperequazioni può certamente essere trovato; se poi si tien conto che non tutti i potenziali fruitori di quota cento l’hanno effettivamente utilizzata, come risulta dai dati diffusi dalla previdenza stessa, occorre considerare che l’impatto di spesa conseguente a questa agevolazione è stato inferiore a quanto atteso; quindi un meccanismo che consenta di utilizzare il risparmio sulle risorse che erano state destinate a quota 100 per attenuare il “salto” di cinque anni, sicuramente può essere studiato ed attuato, ad esempio elevando ogni anno di due unità la fatidica soglia (portandola per il 2022 da 100 a 102 e per il 2023 da 102 a 104), in modo da attutire l’incremento dei requisiti in maniera più morbida e non così bruscamente, come avverrebbe a fine anno se non si dovesse toccar nulla dell’attuale normativa. In fin dei conti, anche in materia pensionistica occorre buon senso ed equilibrio, perché le scelte, quando dolorose soprattutto, non debbono comportare che venga concesso molto a pochi e negato anche poco a tanti: oltre all’ingiustizia che di per sé si perpetrerebbe lasciando semplicemente scadere il termine del prossimo 31 dicembre, (si pensi a quanti hanno potuto lasciare il lavoro a 57 anni con una bella pensione a fronte dei cosiddetti “esodati” post-riforma di pochi anni fa, o ai giovani che non riusciranno a maturare i minimi requisiti), non va trascurato che misure improntate alla disparità di trattamento ingenerano disillusioni e rancore, suscitano nella generalità delle persone sentimenti che possono sfociare in invidia e rabbia, fino a rompere quel patto sociale che costituisce la base imprescindibile della pacifica convivenza.

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