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Cornavirus: cosa cambierà

Mala tempora currunt…la quotidianità letteralmente stravolta, la paura o meglio il terrore di contrarre il virus, il cambiamento delle nostre abitudini. Avevo lasciato i miei alunni per il ponte di Carnevale, con le mascherine colorate ancora sui vetri delle finestre, i compiti di Inglese per non oziare a casa ed un “Ci vediamo la settimana prossima”. Invece, a scuola non riusciamo ancora a rientrare, non possiamo ancora raccontarci come sono andate le giornate di festa, non possiamo ancora fare intervallo insieme o ascoltare le canzoncine in Inglese. Mi sembra sia passato un secolo, la mattinata a scuola, il chiasso degli alunni, il caffè con le colleghe e l’ennesimo voto sul registro.     Sembra di vivere una guerra,  tutto appare assurdo ma è reale, tutto chiude, tutto è deserto non possiamo nemmeno salutarci, la mera  distanza dei social adesso diventa concreta. Inizialmente l’abbiamo sottovalutato, abbiamo trascurato il pericolo, come se il problema fosse solo evitare i negozi e i ristoranti cinesi, oppure evitare proprio i cinesi.Il sovraffollamento nei centri commerciali, un concerto, uno spettacolo sono ormai banditi, come nei tempi buoi del proibizionismo, come in dittatura. E mentre tutto chiude, soprattutto i luoghi di aggregazione e convivialità (quelle componenti che ci tengono in vita e rendono più spensierati), la speculazione più grande ora è delle farmacie e di tutte le attività che vendono prodotti igienizzanti, prezzi alle stelle, e corsie preferenziali sulla salute. Se sei un cliente o meglio ancora un parente, forse ti salvi!la mascherina te la ordino, in caso contrario, recati nella chiesa vicino casa e prega, stando attento però a non entrare quando ci sono le messe o le funzioni religiose. Che ormai sono state soppresse per opera di un nemico invisibile che si chiama Coronavirus, opera del maligno che ha svuotato i luoghi di Dio. Una devastante assurda condizione che ci costringe a fermarci, forse anche a riflettere, che ci costringe a casa, forse a volerci più bene e a non arrabbiarci per le cose inutili. A goderci la tranquillità di un luogo chiuso che non ci mette nelle condizioni di apparire, dimostrare cosa sappiamo fare o potremmo essere. Semplicemente noi, in ciabatte, senza trucco, senza filtri fotografici. Mio figlio Marco si chiede spaesato dove siano i suoi amichetti dell’asilo mentre la sua maestra ci manda video didattici per non perdere l’attenzione della sua classe, e con la bacchetta di Henry Potter gira per casa dicendo”Coronovirus via, Coravirus via…” la sua magia ripetuta più volte con la spontaneità fanciullina di un ometto che non sa cosa accade, ma lo percepisce dai discorsi dei grandi mentre mi chiede “Mamma, me lo fai un sorriso?”, come per allentare tutta la tensione che ormai accompagna tutta la nostra giornata. Ripenso alle mie mattine, levataccia alle 6.30, colazione e via tutti a scuola e lavoro, ripenso alla sciocca demoralizzazione di chi si lamenta del lavoro e dei sacrifici che ne comportano. Alle squallide modalità di comportamento di chi vuole  sempre prevaricare sugli altri, di essere perennemente ipocriti e di essere sostanzialmente contro l’altro. Ripenso a quello che eravamo, prima della paura di questa guerra, di questa emergenza, a tutto quello che abbiamo comprato, progettato, sognato e realizzato. Ora non può che essere tutto fermo, e qualcosa che ci divide come il muro di Berlino, perché altrimenti ci infettiamo, ci contagiamo, ma stavolta non di sorrisi o mode, di un virus che spaventa e per cui dobbiamo igienizzare tutto, persino la coscienza.

Elisabetta Leone

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