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COSTITUISCE REATO NON MANDARE IL FIGLIO A SCUOLA?

La Dichiarazione dei diritti del fanciullo del 1959 ratificata dal Presidente della Repubblica nel ’91, al principio settimo, afferma: “il fanciullo ha diritto a godere di un’educazione che contribuisca alla sua cultura generale e gli consenta, in una situazione di eguaglianza e di possibilità, di sviluppare le sue facoltà, il suo giudizio personale e il suo senso di responsabilità morale e sociale e di divenire un membro utile alla società”.
A riguardo, il nostro ordinamento prevede quale ipotesi di reato all’art. 731 c.p. il mancato adempimento da parte dei genitori dell’obbligo di impartire ai figli l’istruzione elementare di durata quinquennale; nessuna sanzione penale, invece, per il genitore che non garantisce al minore la frequenza della scuola media inferiore (sebbene la Costituzione all’art. 34 disponga che l’istruzione è obbligatoria e gratuita per “almeno 8 anni”).
Non costituisce, inoltre, causa di esclusione della colpa dei genitori la volontaria assenza scolastica del figlio; incombe, infatti, su di essi uno specifico dovere, morale e giuridico, di vigilanza.
Può, invece, ritenersi configurabile quale “giusto motivo” idoneo ad escludere l’antigiuridicità del delitto il rifiuto categorico ed assoluto, cosciente e volontario dell’obbligato (il minore) che, però, deve ulteriormente persistere dopo che si sia usata ogni argomentazione persuasiva ed ogni altro espediente educativo, secondo il livello socio-economico e culturale dei soggetti coinvolti, anche facendo ricorso, ove possibile, agli organi di assistenza sociale (Cass. 32539 del 2006).
La Cassazione, organo deputato a garantire l’uniformità del diritto, evidenziando la natura plurioffensiva del reato che ci occupa in quanto “lesivo non solo dell’interesse pubblico dello Stato all’ottemperanza all’obbligo scolastico, ma anche del diritto soggettivo del minore, costituzionalmente garantito a ricevere adeguata istruzione”, ne ha auspicato un’estensione punitiva anche per le medie inferiori.
L’equivoco è evidente: il precetto costituzionale di istruzione obbligatoria per 8 anni (art. 34 Cost.) cozza con la previsione della sanzione penale, per i genitori inadempienti, prevista per i soli primi 5 anni di percorso di studi non garantiti.
Si è allora paventata la possibilità di risolvere la questione per via pretoria, ma, come osservato dalla
Corte di merito, un’eventuale estensione giurisprudenziale dell’attuale disciplina sanzionatoria
dell’art. 731 c.p. al ciclo di scuola media, costituirebbe una “inammissibile interpretazione analogica in malam partem”.
I principi di prevedibilità e accessibilità della norma penale postulano, infatti, il divieto di estendere analogicamente un precetto codificato ad uno non regolato giuridicamente, poiché tale operazione
renderebbe incerto l’articolato di norme punitive.
La dottrina reclama a gran voce una presa di posizione del Legislatore che riempia l’evidente vuoto di tutela normativa: allo stato degli atti sembra, infatti, che la frequenza attiva di una scuola media inferiore non sia dirimente nella formazione del minore, il quale riceverebbe un sostrato minimo e sufficiente di educazione ed istruzione con il completamente del ciclo
quinquennale delle elementari.
Tale aberrazione sociale, prima ancora che giuridica, fomenterebbe la dispersione scolastica e il degrado culturale della Comunità intera.ù

AVV. MAURO CASILLO

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