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Da San Severo al Nepal – il viaggio interiore di Luigi Florio

In una società caratterizzata da ruoli ed etichette, c’è chi cerca il distacco e il contatto col proprio sé attraverso il viaggio in luoghi e civiltà lontane: veri e propri naufragi nel tempo e nello spirito, in cui si compie sempre più quella dissoluzione dell’ego tipica del pensiero orientale.
Un’esperienza di rinascita e liberazione che arricchisce ormai da circa 20 anni la vita di Luigi Florio, sanseverese, affezionato alla sua cittadina ma in viaggio per il mondo alla ricerca di popoli autentici, non condizionati, armoniosi anche se poveri, in cui rispecchiarsi per ritrovare la sua parte più incontaminata.
Una storia che affonda nell’adolescenza, quando legge “Everest 1953 – L’epica storia della prima scalata” di Mick Conefrey, rimanendone conquistato.
Così nei decenni cresce in Luigi la voglia di viaggiare, ma non alla ricerca di luoghi e paesaggi, ma piuttosto di persone: di sguardi, gesti, sorrisi, sapori, odori, attraverso cui annusare la vita e farla propria, arricchendosene e ravvivando la propria luce interiore.
Così dopo aver viaggiato nel sud America: nel nord del Messico, a Cabo San Lucas con le sue splendide balene, nelle Ande, in Perù, lungo il Cammino Real Machu Picchu, in Bolivia, per lo Uyuni deserto di sale, fino al lago Titicaca e a parte delle Ande cilene, si sposta verso l’oriente, incontrando l’Himalaya: l’Everest, il Manaslu, il Tibet, il Nepal e il Mustang.
Una spiritualità vissuta, libera da etichette e adesioni a pensieri o filosofie, che si basa sull’incontro col prossimo e sul rapporto con la natura in cui ci si ritrova immersi – dove anche gli animali sono liberi e non condizionati come in occidente.
Viaggi in cui non mancano visite a monasteri e soste nelle comunità e nei villaggi, condividendo usi e costumi, per sviluppare intese intense, che diventeranno legami e ricordi struggenti.
Un esempio di autodeterminazione rivoluzionario se pensiamo ai tempi di limitazioni e costrizioni che stiamo attraversando. Un vero e proprio grido di libertà che, in attesa di nuovi viaggi, termina così: Ho finito di camminare verso i miei sogni. Torno casa. Ma voglio dirvi di albe piene di luce vera, di inchini fatti al vento, racconti ascoltati dai silenzi, notti a contar le stelle. Voglio parlarvi di loro: un popolo che ha trasformato l’asprezza e durezza della vita in gentilezza, di tutte le volte che si preoccupavano quando stavo male, della gioia di quando mangiavo il loro cibo. Degli incontri con gli anziani nei villaggi, di sguardi fatti di attimi, che raccontavano l’eternità. Di bambini che venivano incontro col candore che neanche De-Saint-Exupery saprebbe descrivere. Attimi di marmotte. Vorrei dire di me, ma non lo conosco bene. Posso dirvi le bestemmie del mio cuore quando la salita era troppo dura. Gli echi nel silenzio delle valli che mi riportavano il mio ansimare. Poi quasi una resa al passo Jhong. All’improvviso lo stupore della bellezza: il Dhaulaghiri, l’Annapurna e le mie lacrime. Ma questo non si può dire… Namastè.”  Luigi Florio.
Nazario Tartaglione

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