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DEADLINE: COSÌ CI VEDEVANO GLI ALLEATI NEL 1944

di GIUSEPPE CLEMENTE

Mi è capitato di sfogliare tempo fa il primo numero (non so se altri ne sono seguiti) di un particolare giornalino dall’emblematico titolo DEADLINE, che nell’agosto del 1944 fu distribuito alle truppe anglo americane di occupazione, stanziate a San Severo. Contiene notizie molto generiche sull’Italia, sulle attività promosse dai comandi per mantenere alto il morale dei soldati e sulla stessa città di San Severo. Della nostra città, dopo aver ricordato le leggendarie origini (DIOMEDE e CASTELDRIONE), dice che i suoi abitanti nel corso dei secoli hanno visto spesso “il volto bruciato dal sole di soldati stranieri, che seguivano il dio della guerra” e che “è stata conquistata e venduta un numero di volte maggiore delle dita delle vostre mani”. E subito dopo avverte che anche in periodi di pace c’erano frequenti risse e che molte volte gli uomini si affrontavano barbaramente con i coltelli. A completare la descrizione dell’ambiente socio culturale nel quale i militari alleati operavano e per metterli in guardia dai pericoli a cui potevano andare incontro, c’è in prima pagina una vignetta, in fondo simpatica, disegnata da un certo CHARLES TAYLOR, che ne era anche il direttore, e che dopo la guerra collaborò con il prestigioso The New Yorker. L’autore, calcando la mano su alcuni stereotipi del meridione d’Italia, riproduce, con ricchezza di particolari, quello che, probabilmente ha proprio visto, anche se in momenti diversi, in una piazzetta del centro storico di San Severo. La piazzetta, oggi non più tale, è l’inizio di via dei Quaranta, di fianco alla chiesa di S. Nicola, sullo sfondo della quale si intravede, ancora oggi, la chiesa del Soccorso, una volta degli Agostiniani. Risaltano gli aspetti negativi che ci caratterizzavano a quei tempi: vistose carenze igieniche, famiglie numerose e bambini lasciati a se stessi nella strada, l’innata arte di arrangiarsi, ma anche la procacità delle donne, forse il pericolo maggiore per i sudditi di Sua Maestà e i nipoti dello zio Sam. Da un lato all’altro della piazzetta sono stese lunghe corde con il bucato ad asciugare; sulla sinistra del disegno c’è un’anziana donna sul balcone che spidocchia la figlia e dal locale sottostante un riluttante asino, tirato per la cavezza, si rifiuta di uscire. Un bambino accoccolato fa nella strada i suoi bisognini tra rivoli di acqua sporca e un altro, seminudo, insegue un cane; al centro tre militari in libera uscita, distratti dal passaggio di una eccitante e sinuosa donna, sono guidati da un malizioso ragazzo in un locale, contrassegnato dalla famigerata scritta “off limits”, all’angolo del quale c’è la enigmatica figura tutta nera di un prete che cammina quasi strisciando il muro. Infine, in primissimo piano, ci sono due mamme che chiacchierano tranquillamente: una con un bimbo attaccato al seno e l’altra con un pancione e due marmocchi che, piangendo, le tirano le vesti. Annotazioni forse impietose, ma che erano assai vicine alla realtà dei tempi. Quella guerra, come tutte le guerre, aveva ridotto la gente in un deplorevole stato di abbrutimento e di prostrazione, su cui gravava pure la miseria e l’arretratezza delle popolazioni contadine. La presenza delle truppe alleate favorì la ripresa economica del Paese, nonostante il tallone pesante dell’occupazione militare. Guai se così non fosse stato.

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