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Don Andrea Pupilla, direttore della Caritas diocesana di San Severo, rivendica il ruolo dell’istituzione e le manda a dire a chi vuol strumentalizzare la questione: “Sono persone autonome, e non è stato deportato nessuno a l’Arena”.

Il “gran ghetto”, situato tra San Severo e Rignano, presente lì da 10 anni (oggi resta una discarica da bonificare) e che ha sempre rappresentato un centro d’illegalità, continua a suscitare un dibattito non sempre costruttivo: le polemiche divampano; emergono frizioni; attriti; contrapposizioni; interessi di parte; bandiere politiche; zone grigie. Più o meno è tutto noto a tutti. Compreso chi prova a seminare vento, non può che raccogliere tempesta, alla fine e come recita un saggio detto. La Caritas diocesana, guidata dal direttore, don Andrea Pupilla, è in prima fila e collabora con il centro d’ascolto, presso l’Arena, la struttura in zona Demanio a San Severo che ospita 139 persone che erano nel ghetto. “La questione decennale dello sgombero del ‘ghetto’, si è sommata all’escalation della criminalità a San Severo. Ancora oggi, tante persone parlano senza sapere i fatti. In quei giorni sono stati mischiati i fatti. Si è detto che i migranti andavano a ingrossare le fila della criminalità, che arrivati loro iniziavano i problemi, e in tanti hanno colto l’occasione per strumentalizzare. Già prima dello sgombero del ghetto, la Regione Puglia ci ha interpellato, come Caritas diocesana, per chiedere collaborazione”. L’Arena vede coinvolti: Regione Puglia; Comune di San Severo; Protezione civile; Caritas; la Consulta e le associazioni. “Ci sono state tante riunioni, proprio per avere un minimo di organizzazione, prima dello sgombero – riprende don Andrea – Dal 1° marzo, siamo a l’Arena con 10 volontari della Caritas e stiamo facendo ascolto. Siamo entrati nella struttura tra tante difficoltà, tra cui l’occupazione abusiva dell’edificio. Immobile tenuto in stato di abbandono e per cui non è semplice far arrivare 140 persone e renderlo abitabile. Difficoltà con l’acqua calda, azioni d’intralcio e mi fermo qui”. Don Andrea Pupilla, entra nel merito e lascia intendere che se è stata interpellata la Chiesa locale, vuol dire che ci si è accorti di tutta l’attenzione che la Diocesi ha riservato, negli anni, all’accoglienza delle persone. “La Caritas sta facendo quello che ha sempre fatto, in modo fraterno, gratuito e volontario. Stiamo ascoltando le 139 attuali persone de l’Arena, una per una. Sono tutti regolari (a diversi sta scadendo il permesso di soggiorno, per latri si sta concretizzando), non clandestini come qualcuno ha detto. La Protezione civile sta facendo un lavoro encomiabile. Dalle schede delle competenze che abbiamo compilato, emerge che queste persone sono ‘migranti economici’, cioè hanno lasciato i loro Paesi per necessità economiche. Questa è gente che non ha mai raccolto pomidoro. Ci sono muratori, artigiani, falegnami. Ci è stato chiesto di fare un bilancio delle competenze e veniamo al perché – evidenzia il sacerdote – Ad esempio, c’è un’interlocuzione con alcuni sindaci di alcuni paesi del subappennino, per attuare il ‘modello Riace’, cioè un centro spopolato, ripopolato con i migranti e le loro professionalità. Noi daremo quest’elenco con le professionalità acquisite, alla Regione Puglia per continuare l’interlocuzione con i sindaci. È venuta anche la Cgil con il centro per l’impiego e abbiamo fatto le schede per le liste di prenotazione. Schede che erano state fatte nel passato, nel ghetto, e nessuna azienda aveva attinto forza lavoro. Oggi, non è detto che il tutto vada a buon fine, ma essendoci una legge sul caporalato (che ha qualche limite) che due anni fa non c’era, ci consente di registrare l’interessamento di alcune attività di Manfredonia e Cerignola. Inoltre, non è ufficiale, ci sono contatti tra la Regione e il Ministero, per incentivi alle aziende che assumono i migranti, non solo sulle borse lavoro, ma anche sugli affitti degli appartamenti e i trasporti. Tutte azioni che non devono consentire la ricostituzione del ghetto. È un’accoglienza che terminerà, perché i lavoratori saranno ridistribuiti in altri paesi. E non arriveranno altri”. La logistica de L’Arena va migliorata e alcune situazioni devono essere gestiste meglio, in primis dalla Regione. Le evidenze di don Andrea Pupilla e i chiari messaggi all’unione delle forze per risolvere l’unico vero problema: “A L’Arena, a breve, grazie anche alle competenze degli ospiti, inizieranno lavori di manutenzione. Si sono creati gruppi interni di lavoro (chi si occupa dei rifiuti, chi della mensa, ecc.) e stanno facendo anche la raccolta differenziata, fino a ieri sconosciuta. Non è un albergo, vanno rispettate le regole e gli ospiti devono collaborare. L’età va dai 20 ai 30 anni e la maggior parte di loro viene dal Senegal e dal Mali. Le 139 persone sono in perfetta convivenza. Un’altra obiezione che sento, in questo periodo, è quella dei costi per gestire l’Arena. Non erano soldi dei contribuenti, anche il milione di euro l’anno che la Regione spendeva per portare acqua potabile nel ghetto? L’Arena non è un centro di accoglienza (impropriamente o, forse, in mala fede si parla di 35 euro a migrante) ma presta un intervento umanitario alle persone. Io spero che se questo possa diventare un modello (come Caritas ci relazioniamo e ci affianchiamo alle persone, non gestiamo nulla), si riesca a far chiudere altri ghetti. Ricordo, che in provincia di Foggia ci sono 22 ghetti e si sale a 50 in Puglia”. Le conclusioni di don Andrea: “La settimana scorsa sono tornato al ghetto e sono comparse delle roulotte. Chi le ha portate? Ciò dimostra che c’è la criminalità organizzata. In questo momento data la complessa situazione, le energie non devono essere usate per contrapposizioni ma per stabilire azioni legali. Non è il caso di parlare di ‘deportazione’ (termine quando mai inappropriato); di ritorno al ghetto, e altro”. Su Casa Sankara, sede di proprietà della Regione Puglia, dove ci sono altri migranti che erano nel ghetto, così don Andrea Pupilla: “A Casa Sankara, cioè l’azienda Fortore, l’idea dell’albergo diffuso, dell’eco villaggio, della coltivazione di quei terreni, è molto bella oggi così com’era ieri. Tra il vecchio gestore e nuovo ci sono divergenze e contrasti. Non voglio entrare nel merito di questioni che non conosco”.
Beniamino PASCALE

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