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FOGGIA: LA STRADA DI ELENA

Di Giuseppe Barile

FOGGIA — “Elena Rebeca Burcioiu aveva ventun anni. Era rumena, orfana di entrambi i genitori e senza fratelli né sorelle. Tre anni fa era arrivata in Italia, nel Sud. Negli ultimi tempi si prostituiva sulla Statale 16, alle porte di Foggia. Da alcuni giorni è scomparsa. Il suo telefono è stato ritrovato in un casolare abbandonato nelle campagne del foggiano, ma di lei non c’è traccia. L’ultima volta qualcuno l’ha vista salire su un’auto, quella di un uomo che in quel contesto viene chiamato semplicemente “cliente”. La storia di Elena si inserisce in una realtà che chiunque percorra quella strada conosce bene e che esiste da anni sotto gli occhi di tutti.

La Statale 16, nel tratto che conduce a Foggia, è diventata nel tempo uno dei luoghi più evidenti della prostituzione di strada nel Mezzogiorno. Non è una

realtà nascosta o difficile da individuare. Basta guidare per qualche chilometro e la scena appare con chiarezza. Lungo la carreggiata, a pochi metri

dall’asfalto, si incontrano decine di ragazze ferme sul ciglio della strada. Sono lì a tutte le ore: al mattino, nel pomeriggio, nel cuore della notte. Molte sono

giovanissime, molte sono straniere. Arrivano soprattutto dall’Europa dell’Est e dall’Africa. Quando cala il buio accendono piccoli fuochi sul bordo della strada: servono per scaldarsi, ma anche per rendersi visibili alle auto che rallentano. Le fiamme basse illuminano il margine dell’asfalto e trasformano quel tratto di campagna in un macabro spettacolo. Le macchine rallentano, si fermano per pochi istanti, poi ripartono. In pochi chilometri si possono contare decine di ragazze distribuite lungo la carreggiata. Non si tratta di episodi isolati o

occasionali, ma di una presenza stabile e organizzata. Molte di queste donne, secondo le organizzazioni che lavorano sul territorio, sono vittime di tratta o

comunque intrappolate in circuiti di sfruttamento che difficilmente consentono una reale autonomia. È un sistema che si alimenta di vulnerabilità, povertà e traffico di esseri umani.

La cosa più evidente, però, è che tutto questo accade da anni. Non è un

fenomeno improvviso né recente. Chi vive o attraversa quella zona racconta la stessa scena che si ripete da decenni. Accade lungo una delle principali arterie stradali del Sud Italia, percorsa ogni giorno da migliaia di automobilisti. È tutto visibile, tutto alla luce del sole. Ed è proprio questa evidenza a rendere la scomparsa di Elena particolarmente inquietante. Perché quando una giovane donna sparisce in un contesto del genere, la sua vicenda non può essere

separata dal sistema che la circondava.

C’è quindi un pensiero che resta sospeso su quella strada, e riguarda le altre ragazze. Quelle che continuano a stare lì, ogni giorno, negli stessi punti lungo la Statale 16. Quelle che forse conoscevano Elena, o che almeno avevano

incrociato il suo sguardo qualche volta tra una macchina e l’altra.

È difficile immaginare cosa significhi vivere in quella condizione e sapere che una di loro è scomparsa. Per chi osserva da fuori, la notizia è una cronaca ma per chi resta, è la prova concreta di quanto sia fragile la linea tra la routine quotidiana e la sparizione nel nulla. Quelle ragazze adesso sanno che una di

loro è salita su un’auto e non è più tornata. E questo pensiero deve insinuarsi lentamente, come un’ombra, mentre restano ferme sul ciglio dell’asfalto ad aspettare la prossima macchina che rallenta. È difficile anche solo provare a

immaginare cosa significhi convivere con quella consapevolezza. Sapere che ogni auto che si ferma è una scommessa.

Ed è qui che emerge la questione più difficile: il ruolo delle istituzioni. Quando un fenomeno di sfruttamento umano resta visibile e stabile per decenni nello stesso luogo, è difficile sostenere che il problema non sia conosciuto. La Statale 16 è lì, e la prostituzione di strada lungo quel tratto è nota da anni. Le amministrazioni locali la conoscono, le forze dell’ordine la

conoscono. Eppure la scena continua a ripetersi. Giorno dopo giorno, anno dopo anno. Questo porta inevitabilmente a una domanda: perché non si riesce a intervenire in modo efficace su una realtà così evidente? Le spiegazioni possibili non sono molte. La prima è che le istituzioni siano state inefficaci nel contrastare il fenomeno. La seconda è che siano state incapaci di affrontarlo

con strumenti adeguati. La terza, la più inquietante, è che nel tempo si sia

creata una forma di tolleranza implicita, una sorta di accettazione silenziosa del fatto che quella strada continui a funzionare in quel modo. Qualunque sia la risposta, quando l’attenzione pubblica si spegnerà e le cronache passeranno ad altro, è probabile che la Statale 16 tornerà alla sua routine.

Una strada dove lo sfruttamento è visibile ogni giorno, una strada dove una ragazza di ventun anni è scomparsa nel nulla”.

Con Giuseppe Barile, documentarista, regista e professionista della comunicazione, mi lega una grande amicizia. Quando mi ha raccontato questa storia ho chiesto di mandarmela per pubblicarla. Una storia che non ha avuto risalto, perché la situazione descritta così bene da Giuseppe è routine per molti.  Una storia triste accaduta tra l’indifferenza della gente, che guarda ad altro. Spero che questo racconto diventi una lezione di vita per tutti. Abbiamo l’obbligo morale di non girarci dall’altra parte ma di cominciare ad operare per il bene. Don Tonino Bello in una sua celebre espressione “La Chiesa e il grembiule” tra le altre cose diceva che: il grembiule simboleggia l’amore concreto, la disponibilità a sporcarsi le mani per gli ultimi, i poveri e gli emarginati. Cominciamo a farlo.

Giovanni Licursi

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