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Fr Andrea Tirelli: “Quando il lavoro diventa una Festa?”

…se non lo dico sto male…e allora lo dico…e gridando molto forte. Nei giorni di festa amo passeggiare per la città e fare la persona popolare salutando chiunque incontro. Così, domenica mattina, in piena festa del Soccorso, armato dei miei occhialoni neri, sono uscito, pronto a salutare chiunque. Non sono arrivato neanche in centro che già avevo incrociato tre amici. Tre storie diverse. Tre volti che conosco bene. Un tecnico, un autista di mezzi pesanti e un addetto alla ristorazione. Tre ragazzoni emigranti tornati dalla Terra natia e richiamati, a casa, dalla nostalgia dalle vibrazioni dei botti tonanti. Dopo un po’ di sfottò iniziali i discorsi si fanno più seri e ciascuno racconta la bellezza della nuova esperienza e l’amarezza della distanza. Continuando nella mia camminata inizio a mettere insieme i pezzi. Tre storie che non mi convincono. Ma perché un’autista che anche qui faceva l’autista deve lasciare la sua Terra per fare quello che già faceva e così il tecnico specializzato e il bravo cuoco. Faccio ancora qualche passo e incontro un altro amico, ben vestito, ma arrabbiato. Vista la sua cera gli chiedo cosa gli succeda. “Come si può fare festa se il titolare sono due mesi che non mi paga?” La domanda è terribile. Mentre lui spiega il suo piccolo dramma io ricevo la risposta alla mia prima domanda. Ora le domande vengono a me. Ma come si può ancora pensare di essere imprenditori spremendo i dipendenti come limoni. Ma come fai a non pensare che sei tu che stai autorizzando il tuo dipendente a prenderti in giro sul lavoro da fare dal momento che lo straordinario glielo fai rientrare come compensazione oraria. Ma come credi che lui lavorerà per te se tu lo ritieni più o meno un utensile da sostituire una volta usurato. E la storia dei contratti part-time fasulli? Lo so, questa lettura può sembrare un po’ di parte, ma a me quei racconti ricordano le mie vicende di giovane lavoratore. Dopo ormai trent’anni da quella esperienza personale fa male pensare che il meglio della capacità lavorativa del nostro territorio è costretto a fare la valigia per le stesse cattive abitudini. Ma la cosa che più non capisco è che i moderni sedicenti imprenditori, molto spesso, sono i vecchi operai che hanno fatto il salto. Allora mi chiedo e vi chiedo: “Quanto tempo ancora dovrà trascorrere prima che comprendiamo che la nostra possibilità di sviluppo è direttamente proporzionale alla quantità di felicità e riconoscimento di merito che garantiremo all’altro…fosse anche nostro dipendente?”

fr Andrea Tirelli

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