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GIUSEPPE DI VITTORIO, IL SINDACALISMO AGRARIO IN CAPITANATA

di MARIO BOCOLA

Figura simbolo della storia della nostra terra

Una delle personalità più indiscusse della lotta operaia e contadina di Capitanata fu il sindacalista Giuseppe di Vittorio, nato a Cerignola l’11 agosto 1892. Il profilo biografico ed il pensiero politico-sociale di Vittorio viene ben tratteggiato nel bel libro di Caudio Marotti “Giuseppe di Vittorio. L’uomo, la storia, il pensiero” , Manfredonia, Edizioni Sudest, 2007. Si tratta di un volume facente parte dei Progetto “Casa di Vittorio” promosso dal comune di Cerignola, con la collaborazione della Regione Puglia e della Provincia di Foggia. L’autore, partendo dalla storia del movimento sindacale, delinea a chiare tinte la figura di Vittorio quale protagonista delle lotte sindacali e difensore della dignità, dell’inviolabilità dell’uomo e soprattutto della gente povera ma onesta. Questo figlio della nostra terrà, che ha patito la fame, la miseria, ha dato un contributo forte ed incisivo per la rivendicazione dei diritti sociali, affermando il valore della vita, del lavoro e della libertà. Giuseppe di Vittorio era figlio di braccianti agricoli che lavoravano la terra dei marchesi Rubino-Rossi di Cerignola. Costretto a fare il bracciante dopo avere appena imparato a leggere e scrivere sommariamente, teneva un quaderno in cui annotava termini ignoti che udiva, mettendo da parte faticosamente i soldi per acquistare un vocabolario. Già negli anni dell’adolescenza aveva iniziato un’intensa attività politica e sindacale; a 15 anni fu tra i promotori del Circolo giovanile socialista della città, mentre nel 1911 passò a dirigere la Camera del Lavoro di Minervino Murge; in seguito avrebbe diretto anche la Camera del Lavoro di Bari, dove organizzò la difesa della sede dell’associazione, sconfiggendo gli squadristi fascisti di Caradonna insieme con ex ufficiali legionari di Fiume, socialisti, comunisti, anarchici e Arditi del Popolo. Al centro dei problemi del lavoro c’era allora in Italia, come oggi, la questione meridionale. Nel 1912 Di Vittorio entrò nell’Unione Sindacale Italiana, arrivando in un anno nel comitato nazionale. Di Vittorio, a cui amici ed avversari riconobbero unanimi un grande buonsenso ed una ricca umanità, seppe farsi capire, grazie al suo linguaggio semplice ed efficace, sia dalla classe operaia, in rapido sviluppo nelle città, sia dai contadini ancora fermi ai margini della vita economica, sociale e culturale del Paese. Lui stesso era un autodidatta, entrato nella lotta sindacale e politica giovanissimo, inizialmente come socialista e successivamente come comunista, dal 1924, tre anni dopo la scissione di Livorno del 1921. Nel 1921viene eletto deputato mentre è detenuto nelle carceri di Lucera. L’elezione a deputato avviene in circostanze del tutto eccezionali. Esse ci offrono un quadro della situazione non solo personale, ma ci indicano lo scontro sociale in atto tra la fine del 1920 e la metà del 1921. Condannato dal tribunale speciale fascista a 12 anni di carcere, nel 1925, riuscì a fuggire in Francia dove aveva rappresentato la disciolta Confederazione Generale Italiana del Lavoro nell’Internazionale dei sindacati rossi. Dal 1928 al 1930soggiornò in Unione Sovietica e rappresentò l’Italia nella neonata Internazionale Contadina per poi tornare a Parigi ed entrare nel gruppo dirigente del PCI. Durante la guerra d’Etiopia, su indicazione del Comintern, inviò una squadra di tre persone – tre comunisti – chiamati “i tre apostoli”, fra cui Ilio Barontini, esperto in questo genere di missioni – con l’incarico di organizzare la guerriglia locale contro l’invasione fascista. Insieme ad altri antifascisti partecipò alla guerra civile spagnola e, nel 1937, diresse a Parigi un giornale antifascista. Nel 1941 fu arrestato dalla polizia del regime e mandato al confino a Ventotene. Nel 1943 fu liberato dai partigiani e, negli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, prese parte alla Resistenza tra le file delle Brigate Garibaldi. Nel 1945 fu eletto segretario della CGIL, che era stata ricostituita l’anno prima con un accordo fra Di Vittorio, Achille Grandi e Bruno Buozzi. Quest’ultimo, ucciso dai nazisti la sera prima della firma del patto, fu sostituito da Oreste Lizzadri. I tre erano i rappresentanti delle principali correnti del sindacalismo italiano: comunista, cattolica e socialista. L’anno seguente, nel 1946, fu eletto deputato all’Assemblea Costituentecon il PCI.L’unità sindacale così raggiunta durò fino al 1948, quando, in occasione dello sciopero generale politico proclamato in seguito all’attentato a Palmiro Togliatti, la componente cattolicasi separò e fondò un proprio sindacato, la CISL, presto imitata dai socialdemocratici che si raggrupparono nella UIL. Nel 1956suscitò scalpore la sua presa di posizione, difforme da quella ufficiale del PCI, contro l’intervento dell’esercito sovietico per reprimere la rivolta ungherese. La fama ed il prestigio di DiVittorio ebbero largo seguito tra la classe operaia ed il movimento sindacale di tutto il mondo tanto che, nel 1953, fu eletto presidente della Federazione Sindacale Mondiale. Di Vittorio continuò a guidare la CGIL fino alla sua morte, avvenuta nel 1957 a Lecco, poco dopo un incontro con alcuni delegati sindacali. Nel 2009 la figura di Giuseppe di Vittorio rivive nel mondo del cinema con il film “Pane e Libertà” interpretato da Pierfrancesco Favino.        

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