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GLI ARTISTI LOCALI E LA PANDEMIA, COLORI DELLA CITTA’ CON UNA VITA DA INVENTARE

di Nazario Tartaglione

Gianni dice che il pianoforte è chiuso da un pò, raramente ora risuona per le vie del quartiere, anche le sue mani sembrano più rigide, quasi severe nel toccarlo, come provasse imbarazzo, rimprovero a fare musica in un momento così. Michele sta facendo un quadro, è da un mese che ci lavora, ma non riesce a trovare la via giusta, troppa tensione nell’aria, troppo buio, dice.
Pino invece ha trovato il tempo di scrivere il suo romanzo finalmente, ma s’accorge che il tempo non basta e che senza le energie giuste le idee arenano sui fogli. Poi c’è Luigi, che da un anno non accende il suo impianto audio per pianobar; anche la chitarra per lo più è rimasta muta in questi mesi. Sta pensando di vendere tutto, non ha più soldi e non sa quando e se riprenderà a suonare – dopo il Covid non esclude di lasciare la città, diretto al nord o forse all’estero. Era al telefono con Marco, la sua associazione è in pausa da troppo, racconta. Ha perso molti degli iscritti conquistati in tanti anni di sacrifici, è scoraggiato e sta pensando di chiuderla definitivamente…
Sono queste alcune storie plausibili degli artisti locali e forse non solo, al tempo del Covid ’19, una delle categorie più oscurate dalla pandemia. Certamente nulla a confronto con l’inferno dell’ambito sanitario, si dirà, e di tanta parte del commercio, ma quello artistico e culturale locale è di per sé un settore fragile, precario per antonomasia, che sotto i fuochi della pandemia rischia di subire gravi danni, con conseguenze per l’intera società.
Non si creda infatti che i settori culturali e creativi siano fini a sé stessi, riconosciuti importanti per l’impatto su economia e occupazione, sollecitano creatività e innovazione in tutti i settori, compresi quelli imprenditoriali, con una ricaduta positiva sull’intero sistema, comprendendo anche benessere, salute e inclusione sociale.
Per gli artisti senz’altro una vita da reinventare, quindi, magari puntando sul web, sulla comunicazione digitale per quanto possibile, senza farsi cadere le braccia, come nei celebri versi di Bennato.
Resta il fatto che senza le luci degli artisti locali la città è ancora più grigia, dominata dai ritmi del lavoro e del commercio sopravvissuti alle misure di sicurezza e dalla mera vita bancaria, perdendo una delle fondamentali occasioni di sensibilizzazione e umanizzazione.
L’assottigliarsi delle relazioni, insieme all’assenza delle rappresentazioni dal vivo, finisce col pesare sugli animi, determinando ancor più malumore e sfiducia nel futuro, anche se c’è chi non si perde d’animo e organizza meeting e spettacoli digitali. Si, ma per quale pubblico, si chiederà? Il pubblico dei pc, dei tablet, degli iphone: lontano, assente, impalpabile, digitale appunto.
Così durante uno concerto da remoto potrà capitare che il personaggio di una canzone non sentendo gli applausi esca dal testo e cerchi gli ascoltatori, vagando per le file vuote di una sala disabitata e, rifiutandosi di rientrare nella sua pagina, che si perda per la città, come fantasma. Incontrerà allora altri fantasmi, tutti personaggi fuggiti da opere e rappresentazioni, come da quadri e fotografie proposte in mostre digitali, che cercheranno il pubblico e invece si confonderanno a persone distanti tra loro, impaurite, sole, mascherate e irriconoscibili, proprio come spettri.
Ma fantasma sarà anche la città, muta, dolente, sfiduciata, in cui i disagi e le ferite dei più fragili si staglieranno con maggiore forza sulle strade, sui muri e sulle vetrine dei negozi ancora aperti.
Da augurarci quindi una ripresa delle attività artistiche non appena possibile, così da rimettere in moto relazioni, entusiasmi e idee, pur ricordandone le capacità terapeutiche individuali e collettive, fiduciosi nella forza e nella passione che da sempre sostiene gli artisti locali, luci e colori per ogni città.

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