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Gli auguri per il Santo Natale, di S.E. Mons. Giovanni Checchinato, vescovo della diocesi di San Severo:

“In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio” (1Gv 4,10).

«Carissimi fratelli e sorelle,
desidero raggiungere tutti voi con questo messaggio per augurarvi un Buon Natale e un felice anno nuovo. E lo faccio contemplando il mistero dell’Incarnazione di Gesù, novità assoluta della nostra fede cristiana, capace di sorprenderci sempre con la sua incontenibile verità e bellezza. Viviamo questo tempo con la fatica dell’esperienza della pandemia da COVID-19 che ancora continua a impensierirci e a farci soffrire, nonostante le cure e i vaccini che ci vengono offerti dalla scienza e dalla medicina; ma non siamo fatti solo di corpo, e le statistiche ci confermano che, accanto ai disastri della malattia che ha provocato tanti lutti, il COVID ha portato in superficie tanto malessere sommerso nelle nostre famiglie, nelle nostre realtà sociali, nei nostri giovani. E vorremmo poter chiedere al Signore una luce su queste situazioni, su tanta sofferenza presente nel mondo, un aiuto autentico che venga dall’Alto. Penso che il Signore, che ascolta sempre le nostre voci e le nostre richieste, ci voglia rispondere con la stessa festa del Natale, che porta con sé un messaggio davvero rivoluzionario, capace di cambiare le nostre prospettive di fede e anche le nostre attese umane. Senza rendercene conto, infatti, ci troviamo a celebrare il Natale come festa che invece di spingerci a guardarci dentro, ci catapulta fuori e ci ipnotizza con luci mirabolanti, con regali, col cibo esagerato, coi regali… E la logica religiosa sembra la stessa: fare tante buone azioni per mostrare a Dio che siamo buoni, e che ci meritiamo la sua onnipotenza, che ci possiamo permettere di salire un gradino in più nella nostra scalata verso il Paradiso. Tutte logiche lontane anni luce dal messaggio evangelico del Natale e dell’Incarnazione, che ci dice l’esatto contrario: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio” (1Gv 4,10). In questa piccola frase della prima lettera di Giovanni c’è la logica del Natale, che viene espressa non tanto con qualcosa che noi possiamo fare per il Signore, ma con il tanto che Dio ha fatto per noi, scegliendo di farsi “carne e sangue” nel grembo di Maria, nel mistero del Natale. In questo tempo natalizio proviamo a regalarci un po’ di tempo per pregare, per meditare, abitando il silenzio: potremmo ascoltare con più attenzione quanto il mistero di Gesù che si fa uomo ha da dirci. Ci provo anche io con voi.
La prima grande verità che il mistero dell’incarnazione ci consegna è la logica della spoliazione come antidoto a quel senso di onnipotenza che spesso ci pervade. Dio che con la sua onnipotenza ha creato dal nulla tutto avrebbe potuto salvarci alla stessa maniera e invece ha voluto farsi carico della nostra umanità prendendola su di lui, facendosi uno di noi, carne della nostra carne, nella vita di Gesù che “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2,6-7). Farsi carico della nostra umanità significa scegliere di regalare vita, non cose. La nostra fede ci sollecita a fare i conti con quello che siamo e non solamente con quello che abbiamo… Siamo fatti di carne e sangue anche noi e non solo di cose che ingombrano le nostre vite! E per vivere bene abbiamo bisogno di regalarci vita, non cose… Abbiamo bisogno di sentirci accompagnati, e possiamo imparare ad accompagnare. Sappiamo bene quanto ci è servito nei momenti più difficili la chiamata di un amico, la stretta di mano di un collega, l’abbraccio di una persona cara… Quando possiamo fare qualcosa di utile per una persona cara la facciamo volentieri, ed è bene che sia così; ci sono però situazioni in cui non possiamo fare nulla: penso alle situazioni di qualcuno che è malato, che ha avuto una disavventura di ogni genere, lavorativo, sentimentale, morale… Una mamma o un papà darebbero volentieri la loro vita pur di non vedere un figlio soffrire… ma non possono. Così è anche per noi. E cosa possiamo fare? Metterci a fianco. Essere orecchio e cuore che ascoltano, braccia calde che abbracciano, occhi innamorati che sanno piangere con chi piange, testimoniando la nostra vicinanza e solidarietà. Possiamo imparare dal Natale a dare vita, e non cose. E in fondo, il mistero del Natale non ci insegna proprio questo?
Una seconda cosa che impariamo dalla logica del Natale è imparare ad ascoltare, altra competenza che si acquisisce con il silenzio. Per ascoltare abbiamo bisogno di tacere. E abbiamo bisogno di metterci sullo sfondo di una relazione, non al centro, posto che dobbiamo lasciare a chi ci parla. Ascoltare significa farsi accoglienza senza giudizi, senza pregiudizi, senza attese o pretese. Il Signore Gesù che nasce a Betlemme incarna una storia semplice, povera, fatta di umili personaggi e di vicende in cui la prevaricazione e il sopruso la facevano da padroni. Ha accolto la storia nella quale si era inserito prima di tutto facendola sua, amandola come storia preziosa, valorizzando il bene presente. Abbiamo bisogno di superare la tentazione di pensare di avere sempre le risorse giuste per tutti, le risposte giuste per tutti, di sapere in anticipo cosa è bene per gli altri. Gesù non ha mai preteso di sapere in anticipo cosa fosse bene per l’altro: sono esemplificative le domande che Gesù rivolge ad alcuni malati che incontra. Ad esempio, incontrando il cieco Bartimeo, a Gerico, (Mc 10,51) che grida verso di lui, sarebbe ragionevole pensare che il malcapitato desiderasse essere guarito dalla cecità. Ma Gesù gli chiede: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Ascoltare è accogliere gli altri con cuore aperto e disponibile al bene. Scriveva il grande Dietrich Bonhoeffer in Vita comune: «Il primo servizio che si deve agli altri nella comunione, consiste nel prestar loro ascolto. L’amore per Dio comincia con l’ascolto della sua Parola, e analogamente l’amore per il fratello comincia con l’imparare ad ascoltarlo. L’amore di Dio agisce in noi, non limitandosi a darci la sua Parola, ma prestandoci anche ascolto. Allo stesso modo l’opera di Dio si riproduce nel nostro imparare a prestare ascolto al nostro fratello. I cristiani, soprattutto quelli impegnati nella predicazione, molto spesso pensano di dover “offrire” qualcosa agli altri con cui si incontrano, e ritengono che questo sia il loro unico compito. Dimenticano che l’ascoltare potrebbe essere un servizio più importante del parlare. Molti cercano un orecchio disposto ad ascoltarli, e non lo trovano fra i cristiani, che parlano sempre, anche quando sarebbe il caso di ascoltare. Ma chi non sa più ascoltare il fratello, prima o poi non sarà più nemmeno capace di ascoltare Dio, e anche al cospetto di Dio non farà che parlare».
Dio che si fa uno di noi e condivide la nostra vita. Non è forse il più bello dei messaggi? Lasciamoci raggiungere da questo Amore e gustiamolo dal profondo di noi stessi: poter fare questa esperienza significa fare davvero Natale. E che sia davvero buon Natale per ognuna e ognuno di voi!»

San Severo lì, 24 dicembre 2021
santa Adele

Direttore Ufficio Comunicazioni Sociali/Addetto Stampa della Diocesi
dott. Beniamino PASCALE

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