Gli ignavi della democrazia Pugliese nel voto per le regionali

C’è un passo dell’Inferno che sembra scritto per rappresentare il nostro tempo. È l’inizio del terzo canto, quando Dante incontra gli ignavi, coloro che in vita “mai non fur vivi”, anime tiepide, incapaci di scegliere. Non furono né ribelli né fedeli, né giusti né malvagi. Corrono nudi dietro a un’insegna che non riconoscono, punti da vespe e mosconi, in un moto perpetuo di punizione e indifferenza. “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, dice Virgilio. Ma forse, oggi, di loro dovremmo tornare a ragionare. Perché quella “turba triste” sembra riaffiorare a ogni tornata elettorale, e in particolare ora, con l’appuntamento del 23 e 24 novembre, quando i Pugliesi torneranno alle urne per eleggere il nuovo presidente e il consiglio regionale. I sondaggi, fin da ora, raccontano una realtà sconfortante: più della metà degli elettori potrebbe scegliere di non votare. Non per apatia pura, ma per qualcosa di peggiore: la rassegnazione. La convinzione, cioè, che il voto non serva più a nulla. Che la politica sia un palcoscenico chiuso, dove si recitano copioni già scritti, mentre fuori la platea si svuota in silenzio. È un fenomeno che colpisce in modo particolare una regione come la Puglia, da vent’anni laboratorio politico e culturale del Sud. Qui si sono alternati modelli di governo diversi, esperimenti di rinnovamento, nuove leadership. Eppure oggi prevale un senso diffuso di stanchezza. Gli ignavi di Dante non mancarono d’intelligenza, ma di volontà. Allo stesso modo, l’astensionismo di oggi non nasce dall’ignoranza o dal disinteresse, ma da una forma di rassegnazione morale. È l’idea, ormai diffusa, che la politica sia un teatro senza spettatori, un rito stanco, una promessa infranta. Eppure, proprio nel momento in cui il cittadino abdica alla propria voce, il potere diventa più libero di sottrarsi al controllo. Come gli ignavi, chi rinuncia a scegliere finisce per seguire, consapevolmente o meno, l’insegna di qualcun altro. La Puglia, terra di contrasti e di esperimenti civili, conosce bene la forza del voto come atto collettivo. Eppure oggi, quel fervore sembra spento. La delusione per promesse disattese, la fatica di un dibattito polarizzato, la percezione di un potere distante hanno scavato una frattura tra la comunità e le sue istituzioni. È una stanchezza che non si manifesta con la protesta, ma con il silenzio. E il silenzio, in democrazia, è la forma più subdola della sconfitta. L’analogia con Dante non è solo retorica. Il poeta fiorentino vedeva nell’indifferenza il peccato più grave perché nega il senso stesso dell’umano: la capacità di scegliere tra il bene e il male, di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. La democrazia moderna si fonda sullo stesso principio. Votare non è un atto di fede, ma un gesto di libertà consapevole; astenersi, invece, significa consegnarsi al destino, come le anime che attendevano il traghettatore Caronte “alla riva d’un gran fiume”, incapaci di muoversi da sole. Il 23 e 24 novembre, quando i seggi pugliesi si apriranno, non si tratterà soltanto di eleggere un presidente o un consiglio regionale. Sarà un banco di prova della vitalità civica di una comunità. Ogni scheda deposta sarà una piccola affermazione di vita politica; ogni scheda mancata, una rinuncia alla storia. Dante avrebbe riconosciuto, nella lunga fila degli astenuti, la stessa processione di anime che “mai non fur vivi”. E forse avrebbe ammonito anche noi: chi smette di scegliere, smette di esistere come cittadino. Ma l’astensione non è solo una reazione al malgoverno o al disincanto. È anche un sintomo culturale. È la trasformazione di un diritto in un fastidio. Di una responsabilità in un’assenza. Dante puniva gli ignavi non per le loro colpe, ma per la loro rinuncia al coraggio della scelta. Ed è proprio questo il rischio che corre la Puglia, e con essa, l’Italia intera, se la maggioranza dei cittadini preferirà restare a casa il giorno del voto. Un popolo che non vota non è più sovrano: è suddito della propria sfiducia. La politica, certo, ha le sue gravi responsabilità. Gli scandali, le polemiche interne, la distanza crescente tra parole e fatti hanno scavato un solco profondo. Ma, la democrazia, per sopravvivere, ha bisogno di partecipazione anche quando delude. Non si cambia la politica restando fuori dalla cabina elettorale, come non si guarisce un corpo smettendo di respirare. Il voto non è la soluzione di tutto, ma è l’unico strumento che i cittadini possiedono per orientare il cammino collettivo, per chiedere conto, per rinnovare. Il 23 e 24 novembre, in Puglia, non si voterà solo per scegliere un presidente e un consiglio regionale. Si voterà, più in profondità, per decidere se vogliamo essere vivi o assenti nella storia. Chi resterà a casa, convinto che “tanto non cambia nulla”, finirà, simbolicamente, nella coda degli ignavi, quella processione infinita di uomini e donne che rinunciarono a decidere. E come nel poema dantesco, anche oggi, a guardarli passare, verrebbe da dire: “Non ragioniam di lor”. Ma sarebbe troppo comodo. Perché quella fila, in fondo, siamo anche noi.



