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I SANTINI NELLA TRADIZIONE SANSEVERESE. Usanza che si è persa nel tempo

di MARIO BOCOLA

Tra le altre tradizioni che oggi sono andate perdendosi nel tempo vi era l’usanza di collezionare le immaginette sacre. Nei tempi ancora più remoti nelle nostre case si usavano i santini. I santini si ricavavano da piccole superfici di carta o di pergamena, bianca o color avorio che venivano intagliate con pazienza e traforate con le forbicine oppure puntiate con l’ago, per creare fragili e deliziosi pizzi. Al centro di ciascun esemplare, artistiche lievi composizioni d’eccezione in cui motivi geometrici si intrecciavano ad eleganti motivi floreali, era dipinta o fissata la sacra effigie del Cristo o della Vergine o di un Santo. Nella parte posteriore spesso una striscetta di cartoncino ripiegato serviva da supporto, qualora si volesse tenere il “santino” sul tavolo o su un comodino. I santini avevano una funzione prettamente pedagogica e devozionale e invitavano alla preghiera e al raccoglimento e incidevano notevolmente nella formazione di quanti si accostavano alla preghiera, stimolando i sentimenti già profondi e richiamando la sensibilità e l’emozione di ciascuno. Per questo motivo venivano distribuite in chiesa ai fedeli, durante le sacre funzioni e ciascuno amava conservarle nel messale che non mancava nelle nostre case o affiggerle per devozione dietro la porta di casa o nel negozio o nella stalla o cantina, sempre a scopo protettivo. Nel corso poi del XX secolo le immaginette sono state largamente usate nella celebrazione della Prima Comunione; riportavano il nome del comunicando, la data e la Chiesa, con qualche frase più o meno poetica abbinata ai simboli della Comunione: il calice, la spiga di grano, la fiamma dello Spirito Santo, ecc. Con lo stesso scopo di ricordare un avvenimento importante venivano realizzate le immaginette in memoria di un defunto; su di esse erano di solito raffigurate colonne spezzate o fiori recisi, oppure il volto della Vergine Addolorata per le donne e il Cristo in croce per gli uomini (l’usanza, seppure in forme diverse, permane ancor oggi in molti strati sociali della popolazione). Oltre ai “santini” vi erano gli abitini piccole borsette, veri e propri pacchettini di pochi centimetri di superficie, dalle varie forme: ovali, rotonde, quadrate, rettangolari, a forma di cuore, spesso bordati con delicati pizzi e merletti, o ricamati con vero gusto artistico. Contenevano una piccola reliquia di santi, o una formula di preghiera, o un’immaginetta su carta, o una medaglietta, abbinati talvolta a qualche foglia di palma benedetta. Da portare addosso per devozione, venivano appuntati con uno spillo da balia al corpetto o alla camicia delle donne, oppure venivano inseriti fra le fasce del neonato. Si pensava che gli abitini fossero dotati di un potere soprannaturale e che fossero pertanto atti a proteggere dalle malattie e dalle disgrazie, dal malocchio e dalle “fatture”. In tal caso assumevano la funzione di un vero e proprio talismano o di amuleto. Venivano appuntati all’interno degli indumenti per il fatto che si riteneva avessero maggiore efficacia se fossero nascosti allo sguardo altrui. I nostri nonni custodiscono ancora qualche abitino oggi di difficile reperibilità ma per averne un’idea è possibile osservarli sull’avambraccio della statua della Vergine del Carmine, venerata nell’omonima Chiesa. (da Silvana del Carretto, “San Severo. Usanze – tradizioniimpronte del tempo passato” – Ed. Incontro alla Luce – Foggia – 1996, adattamenti).

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