Il commissario piace. Ma una città non può vivere senza politica

C’è un dato che, in questi giorni, non può essere ignorato: il commissario prefettizio di San Severo sta facendo bene il suo lavoro. Lo dimostrano le tante attività messe in campo, gli interventi che stanno restituendo ordine e decoro a diversi angoli della città e, soprattutto, la percezione di molti cittadini che sui social esprimono apprezzamento per il modo in cui Palazzo Celestini viene amministrato. A lui, dunque, va un plauso sincero per ciò che sta facendo. È fuori di dubbio che alcune delle decisioni assunte stanno contribuendo a rendere San Severo una città meno degradata, più ordinata e, in alcuni aspetti, più vivibile. E c’è un elemento che merita di essere sottolineato: l’attività del commissario è, per sua natura, amministrativa, non politica. Ed è proprio leggendo i commenti sui social che emerge un’altra questione, forse più importante della prima. In molti, infatti, arrivano a dire: perché non lasciarlo a Palazzo Celestini per altri dieci, venti anni? Una frase che può essere letta come un complimento al commissario. E certamente lo è. Ma, andando oltre la superficie, racconta anche qualcosa di più profondo: una certa difficoltà di una parte della cittadinanza a comprendere la differenza tra amministrare e governare una comunità. Perché una città non ha bisogno soltanto di qualcuno che amministri bene l’ordinario. Ha bisogno di una visione. Ha bisogno di programmazione, di obiettivi, di scelte strategiche, di capacità di immaginare il futuro e di costruire le condizioni perché quel futuro possa diventare realtà. Un commissario prefettizio può garantire legalità, continuità amministrativa, ordine e gestione della macchina comunale. Può assumere decisioni importanti e intervenire laddove per anni magari non si è intervenuti. Ma non può e non deve sostituire la politica. Perché la politica, quando è esercitata nel modo migliore, è qualcosa di diverso dall’amministrazione quotidiana. È la capacità di decidere dove vuole andare una comunità. Quale città vogliamo tra cinque, dieci o vent’anni? Come vogliamo trasformare il centro storico? Come vogliamo rilanciare il commercio? Come vogliamo creare opportunità per i giovani? Come vogliamo affrontare il problema dei servizi, della mobilità, del verde, della cultura, dello sport, della sicurezza urbana? Come vogliamo rendere San Severo attrattiva per chi ci vive, per chi torna e per chi vuole investire? A queste domande non può rispondere soltanto un buon amministratore. Serve una classe politica capace di assumersi la responsabilità delle scelte. E qui arriviamo al vero problema. Se una parte dei cittadini arriva ad auspicare che un commissario rimanga al governo della città per vent’anni, forse non sta soltanto dicendo “Quest’uomo lavora bene”. Sta anche dicendo, inconsapevolmente: non ci fidiamo più della politica e non sappiamo più immaginare un’alternativa. Questo è il campanello d’allarme. Perché la democrazia non funziona se i cittadini delegano completamente ad altri la responsabilità del proprio futuro. Funziona quando i cittadini scelgono, partecipano, controllano, criticano e, soprattutto, si assumono la responsabilità delle proprie scelte. La futura classe politica di San Severo non arriverà da Marte. Sarà scelta dai cittadini di San Severo. E dunque la responsabilità è anche nostra. Se vogliamo politici preparati, dobbiamo pretendere preparazione. Se vogliamo amministratori onesti, dobbiamo pretendere trasparenza. Se vogliamo persone capaci di guardare lontano, dobbiamo imparare a giudicare i programmi e non soltanto gli slogan. E dobbiamo anche accettare che la politica richiede impegno, studio, sacrificio, tempo e responsabilità. Forse è proprio questo il punto dolente. È molto più semplice apprezzare qualcuno che arriva da fuori, prende decisioni, non deve chiedere voti, non deve costruire alleanze, non deve confrontarsi quotidianamente con interessi, gruppi e aspettative. È più semplice affidarsi a chi decide senza doverci chiedere quale responsabilità abbiamo avuto noi nella scelta di chi ci ha amministrato. Ma una comunità adulta non può ragionare così. Una comunità adulta deve pretendere dalla politica lo stesso rigore, la stessa concretezza e lo stesso senso del dovere che oggi molti riconoscono al commissario. Con una differenza fondamentale: alla capacità amministrativa deve aggiungere la visione politica. San Severo non ha bisogno di un commissario per vent’anni. Ha bisogno di una classe dirigente capace di amministrare con lo stesso rigore di un commissario, ma con qualcosa in più: l’amore per la propria comunità, la conoscenza del territorio, la capacità di progettare il futuro e il coraggio di assumere decisioni politiche. Una classe dirigente che non lavori per il consenso personale, ma per l’interesse collettivo. Che sappia guardare oltre la prossima elezione. Che abbia la determinazione di immaginare una San Severo diversa: più bella, più pulita, più ricca di servizi, più attrattiva, più sicura e soprattutto più consapevole delle proprie potenzialità. Una città nella quale i cittadini non siano soltanto spettatori che applaudono o contestano sui social, ma protagonisti, attivi, responsabili e maturi. Dunque, sì: bravo al commissario. Riconosciamogli i meriti senza esitazioni. Ma proprio il buon lavoro che sta svolgendo dovrebbe insegnarci qualcosa: non abbiamo bisogno di rinunciare alla politica. Abbiamo bisogno di una politica migliore. Il vero obiettivo, allora, non dovrebbe essere tenere un commissario a Palazzo Celestini per altri vent’anni. Dovrebbe essere riuscire, nei prossimi anni, a costruire una classe politica che sappia fare altrettanto bene sul piano amministrativo e che, contemporaneamente, sappia fare ciò che soltanto la politica può fare: dare a una città una direzione, una visione e un futuro. Perché una città può essere amministrata bene. Ma soltanto una comunità politicamente adulta può davvero governare il proprio destino.



