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IL FALSO SCUSABILE

Da sempre problematica, la definizione di “falso” ha impegnato affannosamente la dottrina.
Non trovando un’accezione unitaria e soddisfacente si è preferito definire il falso,
“per viam negationis”: è falso “ciò che non è vero”.
Ma accanto alla descrizione lessicale, si è aggiunta una espansione del concetto anche a “ciò che è in grado di indurre in inganno”.
Il falso è, infatti, nella scienza penalistica, una specie della frode; e la frode (assieme alla violenza e alla minaccia) è una modalità dell’azione atta ad offendere determinati interessi patrimoniali.
Chi commette il reato di falso, dunque, induce in inganno un altro soggetto e risponde delle conseguenze del caso.
Questo sillogismo sarebbe inappuntabile se non vi fossero casi in cui l’agente (per scarso livello di
scolarizzazione o per contrasti interpretativi sulla regolazione di un fatto), possa porre in essere un atto materiale, attestante dichiarazioni false, senza alcun interesse criminoso.
Non sempre, infatti, dichiarare il falso è un mezzo per offendere un interesse economico.
Ad esempio, attestare falsamente, ma inconsapevolmente, di essere in possesso di requisiti per poter percepire erogazioni dallo Stato, configura l’ipotesi di una truffa?
L’indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato o la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, sono reati che richiedono il dolo del soggetto
agente.
Questi deve essere volontariamente ordinato alla commissione del programma criminoso.
Chi commette un mero falso materiale, per negligenza o per imperizia, , risponderà della sola figura delittuosa a tutela della fede pubblica (il falso); non di un reato contro il patrimonio (la truffa).
La difficoltà sta nel provare che la negligente attestazione (falsa) di un fatto, non fosse finalizzata alla frode e al conseguimento di un interesse patrimoniale.
Un sistema garantista, però, ammette, fino a prova contraria, l’innocenza del soggetto agente.
Imputare, a titolo di responsabilità oggettiva, gli effetti del falso materiale e configurare il reato di truffa, cozza con i principi basilari dell’odierno sistema penale.
A far data dalla celebre Sentenza del 1988 della Corte Costituzionale, infatti, al reo deve essere mosso un rimprovero che abbia quale requisito soggettivo minimo la colpa.
È stato ormai abbandonato il principio romano del “versari in re illicita”: secondo cui, chi commette una azione illecita è tenuto a rispondere degli ulteriori reati che ne derivano; sarebbe, infatti, contrario alle norme costituzionali sul principio rieducativo, far scontare una pena di cui non si evidenzia alcuna colpa (se non per via indiretta).
Attestare falsamente una condizione sociale o patrimoniale non è, in ogni caso e senza eccezioni, un
mezzo di frode per ottenere la realizzazione di un interesse.
La truffa e il falso proteggono differenti beni giuridici: prevedere che un reato che tutela il patrimonio (la truffa) assorba sempre la fattispecie che tutela la fede pubblica (il falso), è una forma larvata di responsabilità indiretta.
Si viene puniti per le conseguenze scaturite da un precedente fatto illecito, senza che l’evento successivo sia avvinto nel fuoco del dolo o, per lo meno, della colpa.
Eliminate le conseguenze patrimoniali (nella specie: la percezione indebita di erogazioni pubbliche), si può condannare il soggetto agente per il solo “falso materiale” (tra l’altro depenalizzato e passibile di una mera sanzione pecuniaria civile) non anche, per forza e automaticamente, per il reato di ” truffa”.
AVV. MAURO CASILLO

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