Cultura

Il mio luogo dell’anima – racconto/tema del concorso ” IL PAESAGGIO DEL MOSAICO DI SAN SEVERO “

Quel pomeriggio di primavera, il sole tiepido illuminava le stradine della città di San Severo, e riecheggiavano allegre le voci dei bambini che giocavano a pallone. Tonino e il suo gruppo di amici si ritrovavano sempre all’ incrocio delle viuzze appena dietro la chiesa di San Nicola al centro della città. Molti bambini andavano in villa a giocare, ma loro preferivano rimanere nel loro quartiere; si conoscevano da sempre: lui, Michele, Matteo e Luigi, avevano tutti dieci anni e la spensieratezza della loro età li accompagnava qualunque cosa facessero. Correvano, ora, dietro al pallone, tra spintoni e calci, si stavano divertendo tantissimo come solo i bambini sanno fare. Michele quel giorno aveva messo la nuova maglia della Juve, subito invidiata dagli altri e si muoveva con sicurezza: un passaggio perfetto, cross, rovesciata e goal! La palla attraversò la linea immaginaria che faceva da rete e finì dritta contro il bidone della spazzatura, sui gradini della casa della signora Soccorsa. Meno male che era andata a fare la spesa, non sia mai si fosse affacciata dal balcone e avesse visto quel macello! Era la solita vecchina che se ne stava sferruzzando sul balcone dalla mattina alla sera, o che potevi ammirare dalla sua finestra mentre lavorava la pasta con i movimenti forti delle braccia esili, che solo le signore di una certa età possono avere. Tonino sbuffava, era lui il portiere e si era lasciato scappare il pallone … non ne combino una giusta, pensava, e in un impeto di rabbia si lanciò sul pallone e lo colpì con tanta forza che superò l’incrocio stretto delle vie e volò oltre il terrazzo del palazzo di fronte a loro, sparendo fra i tetti. Ci fu un breve silenzio poi Luigi posò lo sguardo furioso su Tonino e disse:- Ma che hai combinato?!  E Matteo continuò:-Bene, abbiamo perso di nuovo la palla, prima sotto l’auto e ora su quel tetto!                                                                                                                                     Tonino taceva, era fatto così,i suoi occhi marroni diventavano indecifrabili quando pensava, e adesso stava cercando una maniera per risolvere il guaio combinato. Il palazzo era stretto, ma non troppo alto, era di mattoncini grigi arsi dal sole e rovinati, che facevano intuire l’età della costruzione, ma del resto molti palazzi al centro di San Severo avevano quest’aspetto: invecchiato, ma allo stesso tempo stabile, come se non potesse sbriciolarsi nonostante l’aspetto dicesse tutt’altro. Il tubo della grondaia un po’ arrugginito saliva in verticale fino a tetto costeggiando due balconi. In un primo momento Tonino pensò di bussare a casa del signore che ci abitava e chiedergli di salire, ma dubitava avrebbero permesso a un bambino di entrare in casa e per giunta farlo arrampicare dal terrazzo sopra al tetto con il rischio di cadere. Pensò, è più facile se mi arrampico su per il tubo, salto sul terrazzo, salgo sul tetto e recupero il pallone. Qualcosa in luì scattò, forse una scintilla di coraggio in più, fatto sta che nessuno dei suoi compagni avrebbe mai immaginato Tonino scalare un palazzo con tanta determinazione. Arrivò subito sul terrazzo, certo aveva sudato un po’, ma lui era rapido e leggero: era stato un gioco da ragazzi. Fiero della sua impresa si affacciò e salutò con un cenno gli amici che intanto erano rimasti giù con il fiato sospeso, poi iniziò a ispezionare il posto: della palla non c’era traccia. Si avvicinò subito al muro per raggiungere il tetto, si aggrappò con fatica e scavalcò il cornicione ed eccola lì la palla, incastrata nel solco della grondaia. Si avvicinò con cautela, la prese e sollevò lo sguardo. La vista gli mozzava il fiato: per la prima volta si accorse della reale bellezza della sua città. Le case, i campanili e in lontananza la campagna si fondevano in un mosaico unico, tinto delle più belle sfumature del cielo al tramonto. Come poteva un bambino di dieci anni provare un simile sentimento per un paesaggio? Tonino era come pochi: un po’timido e molto taciturno; era nei suoi occhi che notavi quella sensibilità che lo differenziava dai suoi coetanei.  Decise di scendere solo quando le voci dei suoi amici lo ebbero risvegliato dal quel momento magico, il sole era quasi calato del tutto, il cielo era azzurro quando fece il percorso a ritroso per ritornare con i piedi per terra. Il primo a tempestarlo di domande fu Michele:- Tonino, tu sei pazzo! E se cadevi ?! Perché ci hai messo tanto? E perché hai quell’aria meravigliata? Che cosa hai visto?                                                                                                                 Tonino non rispose a nessuna di queste domande, lasciò il pallone, si mise le mani in tasca e si incamminò a casa. Lui sapeva cosa aveva visto e ancor più sapeva che i suoi amici non avrebbero capito, e per ora il tetto doveva rimanere un posto segreto, solo suo.

Passò qualche anno, i suoi amici scordarono l’accaduto ma Tonino no; era cresciuto e tornava spesso sul suo tetto, attento a non farsi scoprire, e osservava interessato tutte le bellezze che la città offriva. Anche quel giorno era lì con le gambe penzoloni, non aveva paura dell’altezza, si era abituato, il vento scompigliava i riccioli bruni e il verso delle rondini accompagnava il riecheggiare gioioso dei campanili: era la Festa del Soccorso. Da lì vedeva tutto: la Madonna Nera e il suo bambino stavano uscendo dalla Cattedrale in tutto il loro splendore quando lo stridore delle rondini fu spezzato dallo scoppio delle batterie del fuoco.  Era questo il periodo che risvegliava la “terra dei fuochi”. San Severo si adornava a festa: le stradine erano colorate dal giallo e dal rosso delle bandiere che simboleggiavano il grano e il vino, pilastri della fiorente agricoltura della città. Ogni quartiere aveva il proprio colore, e dai balconi svolazzavano bandiere colorate e poster della Madonna tanto amata. Tonino ammirava dall’alto i suoi concittadini che partecipavano con passione : i più religiosi seguivano la processione dei santi,invece in lontananza un massa di gente si riversava come un fiume per le strette vie per inseguire lo scoppio delle batterie. Il fuoco stava arrivando, Tonino scese velocemente e trovò i suoi amici all’angolo del palazzo, lo stavano aspettando tutti nella tradizionale tenuta della Festa: jeans sbiaditi, maglietta bianca del fujente (così si chiamavano quelli che correvano sotto il fuoco), e bandana colorata legata sul naso per non respirare il fumo della polvere da sparo. Anche lui era vestito così, pronto a correre con gli altri, si salutarono velocemente e via di corsa all’inseguimento. Si perse, correndo, con i suoi pensieri: l’odore del ragù domenicale, gli anziani fuori alle porte che parlottavano, le vecchiette sul balcone pronte a lanciare petali di rose al passaggio della Protettrice. Odori, suoni, ogni particolare lo affascinava e rendevano unico il quadretto della città. Tonino aveva sempre amato le sue radici, grazie alla sua famiglia, in particolare suo padre che sin da piccolo gli aveva trasmesso la passione per la campagna. Capitava spesso che Tonino andasse ad aiutarlo; quel fazzoletto di terra dove il padre lavorava si allargava appena fuori San Severo, subito dopo aver svoltato lungo la stradina acciottolata, costeggiata dagli ulivi secolari dalle forme particolari, così simili a statue greche e dalle vigne baciate dai caldi raggi del sole. Tonino si domandava spesso, e a volte chiedeva anche al suo papà, come mai tutte le bellezze e i prodotti della sua terra non fossero conosciuti dal resto del mondo, ma ancor più si chiedeva  cosa potesse fare la gente per valorizzarli, e rendere la sua bella città importante. I pensieri correvano e con loro Tonino, inseguendo il fuoco in Via Sicilia.

Oggi Tonino ha trentacinque anni, le storie di suo padre sui vecchi e abili contadini di San Severo gli avevano suscitato quel desiderio di risvegliare la campagna sanseverese, portandolo a produrre vino e olio di grande qualità, richiesto da tutto il mondo. Il duro lavoro l’aveva trascinato via da San Severo per un po’, e ne aveva sofferto, ma ne era valsa la pena perché era tornato, aveva fondato la sua società agricola e lì sarebbe rimasto per sempre. Era un brav’uomo davvero: finanziava spesso molte opere di costruzione a san severo, inseguiva ancora il fuoco con i suoi compagni, anche se molti, come Michele e Luigi avevano detto addio alla città, ma la cosa che più di tutte continuava a fare era salire sul tetto.                                                                                                                                                      Adesso però non si arrampicava più su per il tubo della grondaia come da piccolo, perché aveva acquistato l’appartamento all’ultimo piano e ci abitava con la sua famiglia. Sua moglie Angela, quando non lo trovava, saliva sul tetto e lo vedeva lì che guardava la sua città, con gli stessi grandi occhi indecifrabili della prima volta. Quando un giorno suo figlio gli chiese cosa ci facesse lassù, Tonino rispose con gentilezza:-Vedi, Marco, qui per la prima volta mi sono reso conta della fortuna che possiedo. Sono nato in una città meravigliosa, piena di difetti, sì, ma anche piena di bellezze. L’ho osservata con stupore e dentro di me si accesa la voglia di realizzare qualcosa. Non abbandonerò mai la mia città, perché è questo il luogo della mia anima. Rimani anche tu qui Marco, perché c’è bisogno che qualcuno se ne prenda cura o come tutte le grandi bellezze, svanirà nel tempo, calpestata dalla noncuranza della gente che non la sa osservare.

 Marco osservò suo padre, e gli sorrise con affetto, poi spostò lo sguardo sulla città e la guardò con orgoglio.

Liceo Classico M. Tondi, classe 2A,

Maria Giorgia Pazienza

San Severo, 26/04/2016

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