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IL VESCOVO E I CARBONARI

di GIUSEPPE CLEMENTE

In Capitanata la CARBONERIA era molto autorevole e diffusa ed esercitava un forte influsso sulle locali amministrazioni, in particolare a San Severo, che, grazie all’opera di ANTONIO VENUSI, VINCENZO CAVALLI, GIOVANNI D’AMBROSIO e altri, era un attivo centro di chiamata alle armi. La notte del 1° luglio 1820 da Nola partì il moto rivoluzionario (in un primo momento doveva avere inizio proprio da San Severo, ma all’ultimo i piani cambiarono) e fu una vampata di entusiasmo, che raggiunse il culmine quando FERDINANDO I giurò sul Vangelo di mantenere e di­fendere la Costituzione concessa, che ven­ne proclamata in quasi tutti i comuni della Capitanata. La Chiesa, però, condannò la Carboneria con la Bolla di PIO VII del 13 settembre 1821. Sappiamo come tutto finì: l’esercito rivoluzionario il 7 marzo del 1821 fu sconfitto dagli austriaci nelle gole di Antrodoco. Durante il Nonimestre (nove mesi durò la rivoluzione) era vescovo di San Severo GIOVAN CAMILLO ROSSI, originario di Avellino, che tenne la cattedra episcopale dal 26 giugno 1818 al 19 gennaio 1826, negli anni più difficili della rivolta e della reazione borbonica. Suo principale antagonista era il sotto intendente GAETANO RODINÒ, calabrese di Catanzaro, “anima della setta”, il quale fece scrivere “Piaz­za della Costituzione” su due lapidi poste sulla facciata di Palazzo Celestini e dispose che la mattina del 9 luglio nella cattedrale vi fosse una celebrazione di ringrazia­mento, con il canto del Te Deum, invitando il vescovo ROSSI a predicare a favore della Costituzione. Ma il prelato, nonostante la minaccia di essere privato della “giurisdizione ecclesiastica” e di tutti i beni, si rifiutò, dicendo di essere ammalato. Militi, carbonari e tanta gente del popolo, comunque, affollarono la chiesa, accompagnati dalla banda e l’ex celestino VINCENZO RICCI, «uomo dotto e carbonaro», dal pergamo tenne “un discorso ecci­tante”, che illustrò al popolo i suoi diritti e gli «abusi ed i provecci» che su di esso esercitava il governo. Le polemiche con il vescovo, che aveva rigettato l’invito di RODINÒ, si inasprirono tanto che il prelato si rifiutò di ammettere «al Sacramento della peni­tenza» tutti gli appartenenti alle società segrete e, qualche giorno dopo, un parroco di San Nicola non volle battezzare il figlio di un carbonaro. Il vescovo rincarò la dose, affermando che in quel “triste” periodo «le persone oneste e pacifiche di quel comune non potevano tranquillamente dormire sotto i propri tetti». Minacciato pesantemente, GIOVAN CA­MILLO ROSSI, temendo per la sua vita, abbassò i toni della diatriba e diede disposizioni affinché tutti i parroci di San Severo e della diocesi, molti dei quali erano per i carbonari, continuassero «a far conoscere al Pubblico ne’ dì festivi i grandi vantaggi della Co­stituzione con grande alacrità giurata da S. M. e da noi tutti». Quando, però, si trattò di difendere i suoi parroci dalle indagini della polizia, volti ad accertare la loro condotta politica e morale, il vescovo, pur sapendo di rischiare l’accusa di complicità, ebbe il coraggio di rassicurare l’Intendente, dicendosi «consolatissimo dei loro andamenti». Il deciso comportamento del vescovo, apprezzato dallo stesso VENUSI, salvò molti preti dalle galere borboniche e restò a lungo nella memoria collettiva. == IMMAGINE DI MICHELE MORELLI, RINCHIUSO PER UN GIORNO NELLE CARCERI DI SAN SEVERO PRIMA DI ESSERE CONDOTTO A NAPOLI E GIUSTIZIATO. ==

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