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IL VIAGGIO DI DANTE PER ALTRE DIMORE. Il volume di Gianni Oliva sul sommo Poeta

Per la ricorrenza del settimo centenario della morte di Dante è stato pubblicato un volume che raccoglie scritti e lecturae dantis di Gianni Oliva, dal titolo Per altre dimore. Visione e avventura nel viaggio di Dante, pubblicato da Carrabba (2021, pp.321). È l’itinerario di un viaggio oltremondano, appunto per “altre dimore”, alla contemplazione della visione di Dio e dell’avventura ultraterrena del sommo Poeta.
I dieci saggi proposti nel volume intendono offrire un approccio al poema dantesco «secondo l’ottica della sensibilità medievale» ed un invito a leggere Dante sperimentando nuovi percorsi esegetici rispetto a quelli noti della critica dantesca tradizionale. Per altre dimore (la precedente edizione, uscita oltre vent’anni or sono) fu molto apprezzato dai dantisti e dai medievisti di scuola francese come Jacques Le Goff, per la sua forte impronta speculativa e per l’analisi del poema dantesco dal punto di vista della prossemica, della grammatica dei sensi, dei suoni, dei colori, dell’ambientazione dei luoghi e dei personaggi. Il viaggio oltremondano di Dante è concepito quale ricerca della libertà teologica, intesa come un’affascinante avventura, che pone in contrasto le cose terrene con quelle divine.
Al centro dell’attenzione figura spesso la rappresentazione come se il testo fosse stato «tagliato a mo’ di rappresentazione teatrale» (p.13), dove si apre un palcoscenico nel quale si muovono tutti i personaggi della Commedia e soprattutto si pone in rilievo la visione che Dante ha del mondo ultraterreno, tanto che T. Eliot aveva giustamente sottolineato che «l’immaginazione di Dante è visiva». Per questa ragione lo possiamo definire il “Poema della visione”. Infatti se si leggono in profondità e in parallelo le tre cantiche della Commedia, l’aspetto della sperimentazione visiva è una costante che accompagna tutto il viaggio del Poeta, fino a giungere alla mirabile visione di Dio nel XXXIII canto dell’Inferno.
Gianni Oliva nell’analisi testuale ed esegetica dei canti e dei personaggi più significativi che vengono trattati in questo volume (Paolo e Francesca, Sordello, Piccarda Donati) vuole porre in risalto come la geografia del poema dantesco è tutta protesa verso la visione del soprannaturale, dell’oltremondano, di un quid che trascende il cuore e la mente umana. L’uomo, infatti, perché fatto di corporeità non può capire e penetrare a fondo le cose di Dio, ma può soltanto contemplare la bellezza del Creato e di qui il mirabile concetto della visione.
Il viaggio dantesco è un’avventura edificante in cui si mescolano scienza e conoscenza, teologia, filosofia, escatologia e tutte le arti del pensiero e della sensibilità medievale. Insomma la Commedia è l’opera più alta del Medioevo che travalica lo spazio e il tempo per essere studiata, analizzata, approfondita nei secoli successivi a Dante. Infatti molti autori della letteratura si sono rifatti al Sommo Poeta ed hanno incarnato nei loro versi l’alto magistero dell’Alighieri. Per altre dimore si apre con la storia più commoventi dell’Inferno, quel celebre quinto canto che esalta il trionfo dell’amore e della passione che travolge i due amanti Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, una passione che li conduce a quel «doloroso passo», ossia a morire entrambi, avvolti dall’abisso del peccato.
Questa vicenda dolorosa – sottolinea Oliva – si inserisce pienamente nel sistema della poena sensus che determina le diverse condizioni in cui Dante vede le sue anime ed è proprio a questa poena sensus che si lega la legge del contrappasso. Proseguendo nel viaggio attraverso l’Inferno, dopo il racconto della storia dei due amanti, l’Autore del volume ci immerge nel canto XIII, nel quale Dante è colpito dai lamenti provenienti da ogni parte e ha l’impressione che dietro gli sterpi si nasconda gente e ci si imbatte nella figura di Pier delle Vigne, ossia in quel personaggio che tra il meraviglioso e il fantastico potremmo definire il canto dell’uomo pianta perché dominate da anime che si sono spogliate della loro stessa dignità tanto da essere ridotti a degli inermi vegetali.
Al personaggio di Pier delle Vigne, scendendo nei gironi infernali si incontrano altre anime dannate che popolano i canti XXII e XXIII, cioè quella dei barattieri e in più campeggia la rappresentazione del diavolo che Dante ci propone in tutta la sua vera e autentica essenza, cioè perfido, brutto. Il diavolo viene descritto da Dante in tutte le sue molteplici forme (Malebolge, Malebranche e poi Lucifero in fondo all’Inferno). Il canto V del Purgatorio potremmo, invece definirlo il canto della corporeità e della sonorità, in quanto i dialoghi tra le diverse anime che lo popolano creano – sostiene Oliva – un «efficace contrappunto tonale», in cui si innescano elementi cromatici che risolvono l’interferenza tra l’ombra e la luce, tipica della condizione del Purgatorio. Le anime, infatti, si muovono e incedono con le braccia sollevate cantando il Miserere e i gesti delle mani sollevate danno alle movenze del corpo una certa solennità.
È proprio l’elemento del corpo che provoca meraviglia, sbigottimento e nostalgia per un quid, che le anime non possiedono più e, quindi, vanno alla ricerca di una identità perduta. Del resto il tema del corpo accompagna tutta la Commedia e rappresenta il viaggio «di un uomo vivo nel mondo delle ombre» (p.128), o meglio per analogia il poema dantesco celebra la «vita eterna dell’anima e la certezza che il corpo risorgerà non solo in quanto opera di Dio nell’atto creativo, ma anche perché riscattato dal sacrificio di Cristo.
Nel Purgatorio, ovviamente si respira un’aria meno grave e predominano ambienti caratterizzati da una vegetazione rigogliosa e scorrendo nella lettura ci imbattiamo in Sordello, ossia nel canto che si può dividere in sequenze, caratterizzate da un crescendo e un diminuendo, in cui si contrappongono la figura di Sordello, appunto per poi finire con l’invettiva contro l’Italia e Firenze che chiudono il settimo canto del Purgatorio. I canti XXXI e XXII descritti nel volume dal titolo “Per una grammatica dei sensi: prossemica suoni e colori” (pp. 179-214) e lo “Spettacolo dell’Eden” (pp.215-264) sono quelli che possiamo definire scenografici, «perché – afferma Oliva – ci aiuta a capire la dimensione dello spazio dantesco, la sua intelligente costruzione e gli effetti della distanza, dei suoni, del movimento» e cromatici, perché «spiccano le percezioni visive, la luce insostenibile e i colori che ritroviamo nella incontaminata vegetazione edenica».
Questo cromatismo si manifesta in alcuni elementi caratteristici del paesaggio come la nuvola di fiori, l’epifania di Beatrice con abiti e forti tinte, il candido velo sostenuto sul capo da un verde ramoscello d’olivo, il verde manto che scende ampio sulla veste rossa; insomma siamo di fronte ad una realtà geografica e cromatica che supera ogni simbologia. Le ultime due lecture dantis riportate in questo libro sono tratte da due canti del Paradiso, il terzo e il quinto. Il primo narra la storia triste e singolare di Piccarda Donati, descritta da Dante come una «vergine sorella» che fu condotta con violenza fuori dal monastero da «Uomini…a mal più ch’a bene usi» (v. 46). Dante inserisce la vicenda terrena di Piccarda per dare alla Commedia un elemento di concretezza storica di un episodio realmente accaduto, dal momento che tutto il Poema è costellato di simbolismi, allegorie, figure evanescenti, metafore.
Oliva – tra l’altro – nel ricordare la vicenda terrena di Piccarda, afferma che anche «il giovane Capuana, quando era ancora lontano dal diventare il teorico del Naturalismo e ambiva ad essere lo Shakespeare d’Italia si dedicava con maldestro entusiasmo ai drammi che avevano per protagonisti personaggi danteschi» (p.268). Infatti in una lettera a G. Squillaci del 20 luglio 1859, confessava: «Studiando il III canto del Paradiso, restai commosso dalle patetiche e dolcissime parole messe in bocca di Piccarda: la storia di questa giovane sventurata per più giorni mi stette innanzi agli occhi finchè mi venne il pensiero di trattarla in un piccolo melodramma. È stata una vera ispirazione e così ho fatto». Ma la storia dolorosa di questa suora ispirò la drammaturgia teatrale, tanto che fu rappresentata da diversi drammaturghi e attori tra cui, ad esempio, Adelaide Ristori che vestì i panni di Piccarda in una sua scenografia.
Il volume di Gianni Oliva Per altre dimore, è un’edizione ampliata del testo pubblicato anni or sono da Bulzoni Editore, arricchita di lecture dantis tenute presso la “Casa di Dante in Roma”, “Lectura dantis Napolitana”, “Lectura Dantis modenese”, “Lecture classensi di Ravenna”, Lectura Dantis Interammnensis”.

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