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La pratica dello Sport non esaurisce la propria valenza nel semplice evolvere dell’attività muscolare

Di Vanni Peluso Cassese

Allorché si concretizzò la personale collaborazione alla GAZZETTA, tenni a sottolineare come fosse mio intendimento scrivere in una rubrica ove si potesse argomentare di cultura. Oggi confido essere questa una rubrica di cultura, ancorché sportiva. La pratica dello Sport non esaurisce la propria valenza nel semplice evolvere dell’attività muscolare. Così si spingeva a dire il LEOPARDI: <… gli esercizi con cui gli antichi si procacciavano il vigore del corpo, non erano solamente utili alla guerra, o ad eccitare l’amore della gloria, ma contribuivano, anzi erano necessari a mantenere il vigore dell’animo, il coraggio, le illusioni, l’entusiasmo che non saranno mai in un corpo debole…>. Nella pratica sportiva ritroviamo l’espressione di processi ideativi, etici, sociali e, quindi, di apprendimento e sviluppo comportamentale. Questo il motivo per cui è CULTURA. E la cultura è un VALORE. E lo Sport è messaggero di valori. E che lo Sport sia messaggero di valori è stato affermato nei secoli da tanti popoli. Dai Greci, ai Romani, dai Maya, agli Anglosassoni, tutte civiltà, nei vari periodi storici dell’umanità, evolute. Per molti anni nella nostra Scuola accadeva, o forse ancora accade, che l’insegnante mortificava l’alunno brillante nello Sport, ma incapace di esprimere buoni livelli di rendimento, che so, in italiano o in matematica. E così si lodava l’alunno bravo in matematica o in italiano senza mai, peraltro, riconoscere la bravura anche di colui che praticava con successo lo Sport, egli addirittura era visto con diffidenza. E senza Sport non si è insegnata nella Scuola neanche la cultura della vittoria e della sconfitta. Certo si può convenire che lo Sport, in assoluto, come mezzo educativo non è né positivo né negativo. Ma qualsiasi attività dell’uomo non è mai in assoluto positiva o negativa. Non lo sono manco le religioni che pure sono nate nell’intento di ricercare e sviluppare il bene e lottare contro il male. Quanti misfatti nel nome della religione! Non lo è, allora, nemmeno lo Sport! Esso non è né buono né cattivo. Molto dipende da chi lo insegna. Potendo diventare, per come utilizzato, mezzo per educare o diseducare. Ecco perché non bisognerebbe mai dire a chi…vince nello Sport: <sei un campione, ed un campione non dovrebbe mai… >. E perché no. Non è così! Che c’entra essere un campione nella Corsa, nel Calcio, nel Basket, nel Volley con l’avere delle debolezze umane. Neanche lo Sport, certo, è il toccasana miracoloso per talune complesse problematiche sociali. Bisogna insegnare che se un altro è più bravo di me non significa che io non valgo. Mentre, nel momento che vinco, debbo prendere coscienza che…sono stato molto bravo. E, ancora, che ciò non vuol dire che sono bravo in assoluto. Insegnare a vincere significa insegnare a capire che si può essere il migliore in quell’attività, ma non il migliore sempre. È che tutti dobbiamo avere consapevolezza che chi vince è in ogni caso individuo con debolezze, con paure, con difetti, con meschinità, però capace di eccellere in un dato ambito con sforzo, sacrificio, capacità, a volte fortuna. E bisogna insegnare a vincere e anche a perdere, poiché la cultura della sconfitta non può essere ‘come mi piace perdere’. Tantomeno può essere intesa come ‘chi ha imparato a perdere, ha piacere a perdere’. Se ho perso è perché in quella circostanza ho trovato chi è più forte di me e ciò non vuol dire che io non valgo nulla. E si perde, quindi, anche perché pur valendo io tanto, anche gli altri valgono tanto. E può vincere l’altro per un’inezia o anche per una circostanza a me questa volta sfavorevole.

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