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LA RESPONSABILITÀ DEL “BLOGGER” PER I REATI COMMESSI DALL’UTENTE

Il “blog” (o “diario di rete”) è uno spazio multimediale attraverso il quale è possibile comunicare le proprie opinioni a un numero indeterminato (e, spesso, sconfinato) di persone.
Accanto agli evidenti risvolti positivi in termini di interazione, socializzazione e condivisione di pensiero tra internauti, è invalsa la sgradevole prassi di utilizzare tale mezzo per pubblicare testi offensivi dell’altrui reputazione, integrando la fattispecie di reato di diffamazione (nella forma “aggravata” , perché recata con un “mezzo di pubblicità” quale è, certamente, la rete internet).
Stante la scontata responsabilità del gestore del sito (c.d.”blogger”) ove sia lui stesso l’autore di contenuti lesivi dell’altrui reputazione, ci si chiede se vi sia concorso del “blogger” , nel reato di diffamazione, qualora un utente terzo inserisca un contenuto offensivo all’interno del “blog” e questo non venga prontamente rimosso.
Sgombrando immediatamente il campo da facili fraintendimenti, la figura del titolare del “blog” non è estendibile, analogicamente, a quella del direttore di giornale; al primo, infatti, non possono essere addebitati tutti gli obblighi di vigilanza e controllo previsti per il secondo dall’articolo 57 del Codice penale.
I nuovi mezzi telematici di diffusione dell’informazione (tra i quali il blog, ma anche le mailing list, i forum di discussione..) infatti, si differenziano dal giornale o dalla rivista per diverse ragioni: nel “blog” non c’è una
testata registrata, manca la periodicità della pubblicazione ed è assente una figura assimilabile a quella del direttore; ma, soprattutto, cambiano le finalità: il “blog” è un “diario di rete” utile per scambiare opinioni e pareri, non uno spazio dove raccogliere e diffondere, in maniera professionale, notizie (come il giornale).
Per sciogliere il nodo gordiano dell’imputazione di responsabilità al “blogger, ” la Cassazione prospetta, dunque, il ricorso alla figura della pluralità di reati: l’amministratore del “blog” che si avveda di contenuti diffamatori di un suo utente, ma ometta di rimuoverli, “li rende propri”; ponendo così in essere una ulteriore condotta diffamatoria che si somma a quella dell’utente.
Non si tratta, però, di una posizione di garanzia rilevante a titolo di responsabilità omissiva (il “blogger” non ha un obbligo giuridico, “ex ante” , di impedire un evento, poiché l’evento si è già compiuto) ma di una forma di concorso attiva: il titolare del “blog” è punito per aver contribuito consapevolmente, “ex post” , a condividere il contenuto lesivo altrui, non eliminandolo.
Quanto al testo dei messaggi (ed alla effettiva offensività della altrui reputazione), esso rientra tra gli elementi elastici della norma, suscettibile di valutazione discrezionale del Giudice e sottoposto alla scure della
indeterminatezza e mancanza di tassatività: accusare, per esempio, qualcuno di portare sfortuna definendolo «menagramo» è, senza dubbio, una condotta diffamatoria in grado di offendere ed emarginare chi ne è vittima. (così il Tribunale di Milano con sentenza del 2017).
Criticare, invece, la condotta di un professionista per il suo discutibile operato (“quell’avvocato perde tutte le cause” , “quel dentista non è capace, fa sentire dolore”) è espressioni del diritto di opinione: non integra il reato di diffamazione.
In conclusione, i nuovi mezzi di comunicazione via internet hanno offerto un potente mezzo per esprimere le proprie opinioni, con possibilità di celarsi dietro lo schermo del computer.
Il gestore di un blog ha una responsabilità di controllo, “ex post” , ancora di imprecisata determinazione.
Spetta al legislatore predisporre un articolato di norme che regoli la materia, senza cadere in una pigra
operazione analogica (con la similare ma diversa figura del “direttore di giornale”) vietata e lesiva del principio di uguaglianza (il rischio è quello di trattare allo stesso modo situazioni differenti).

AVV. MAURO CASILLO

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