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LA RIVOLTA DEL 1950 E MATTEO d’ONOFRIO

di MICHELE MONACO

Era stato (come si dice in gergo) “associato” alle carceri di Lucera. Ne parlava con difficoltà, scuoteva la testa pensando a quei giorni, si chiedeva spesso se si poteva evitare che si scatenasse l’inferno in città. Un avvenimento che aveva segnato la sua persona, la sua famiglia e quella di circa duecento concittadini. Tutti arrestati e incarcerati, il 23 marzo del 1950, con una accusa tanto grave e infamante, quanto assurda e totalmente falsa: “INSURREZIONE ARMATA CONTRO I POTERI DELLO STATO”. Roba da ergastolo. MATTEO dovette scontare due anni di carcere per poi essere assolto, insieme a tutti gli altri, CON FORMULA PIENA, DALLA CORTE d’ASSISE. Gli sembrava incredibile: due anni di detenzione ingiustificata nel pieno di uno Stato Democratico e Repubblicano. Uno sciopero generale degenerato in una rivolta a causa di provocazioni e atteggiamenti di una polizia forgiata da un Ministro degli Interni come MARIO SCELBA che con il corpo della “Celere” svolgeva un ruolo primario nella repressione delle lotte bracciantili e operaie. La repressione scelbiana, dal 1947 al 1954, registrò 109 lavoratori uccisi nel corso di scontri con la polizia, un numero di vittime difficilmente giustificabile non solo dal punto di vista umano e politico, ma anche da quello tecnico-professionale. MATTEO ripensava alle accuse incredibili del Pubblico Ministero, ma ripensava anche al loro straordinario difensore che fu LELIO BASSO, un avvocato e Senatore della Repubblica, figura storica del Socialismo Italiano. Ricordava perfettamente la memorabile arringa di BASSO conclusasi con le seguenti parole:” Questa sentenza voi pronuncerete in nome del popolo, e il popolo, in nome del quale parlate, il popolo di cui dovete essere gli interpreti, non è soltanto il popolo grasso che vuol conservare i suoi privilegi, ma è il vasto popolo che comprende tutti i cittadini, soprattutto la grande massa dell’umile gente che lavora, che soffre e che lotta per diventare non più oggetto ma soggetto di storia. Sia la vostra sentenza degna di questo popolo>>. Mi sono permesso di ricordare quegli avvenimenti avvalendomi delle reazioni e dei ricordi di un protagonista eccellente come MATTEO D’ONOFRIO (1916-1998), allora membro della Segreteria Cittadina del PCI, una personalità che ha agito sempre con sobrietà, discrezione e rigore nella Politica e nelle Istituzioni cittadine. Dopo l’ingiusta detenzione di due anni (insieme alla moglie ARMIDA SALZA) nelle carceri di Lucera, fu eletto consigliere comunale del PCI. Fu anche Assessore alla Polizia Urbana e al Traffico dal 1957 al 1962. Successivamente ha ricoperto egregiamente la carica di Presidente dell’Ente <<Istituto M. Di Sangro>> e dell’IPAB<<San Francesco >>. Pensionato dello Stato per aver fatto parte della tecno-struttura dell’Istituto Magistrale “Pestalozzi”. In questo 2020, occorrerà-a mio sommesso parere- promuovere, da parte delle forze sociali territoriali, UN CONVEGNO sui fatti che accaddero a San Severo il 23 MARZO 1950.

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