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LA TESTIMONIANZA DI UN OSS AI TEMPI DEL COVID

Un po’ di giorni fa, durante uno dei primi turni di lavoro nell’Unità Covid, entrando in una stanza, uno dei pazienti  mi ha chiesto con voce esile: “Come ti chiami?”. Prontamenre  gli ho risposto ma, tra la mascherina e la visiera, lui non è  riuscito a sentire bene, allora, per toglierlo dall’imbarazzo, con l’ indice della mano destra, gli ho indicato il nome che la mia collega velocemente aveva impresso con un pennarello, sulla tuta bianca, sterile ed anonima, che quasi un’ ora prima avevo indossato.

C’ è scritto in grassetto rosso “FEDERICA-OSS”, e affianco disegnato un piccolo cuore: è proprio all’ altezza dell’organo pulsante  che questa scritta, così semplice e scontata, racchiude in sé un mondo di emozioni…

Giovanni G. (il nome del paziente ), è stato uno dei primi ad essere  ricoverato nel Reparto di Medicina Interna in cui lavoro da più di un anno, riconvertito e dedicato adesso ai ricoveri Covid,  all’ Ospedale  “Teresa Masselli Mascia” di San Severo. Già abbastanza incuriositi e sensibilizzati sul nuovo virus, adesso  noi operatori sanitari, ci siamo dentro fino al collo, siamo diventati, nostro malgrado, protagonisti attivi del male 2.0 che sta mietendo migliaia di vittime e mettendo in serio pericolo la salute dell’intera società.

Sin dall’ inizio del cambiamento ho avuto paura di questa realtà che è entrata insidiosa e prepotente nel quotidiano di noi tutti, mettendo a nudo le nostre paure, i limiti e le insicurezze, trasformandoli, spesso, in sconforto; a volte, durante la notte, mi sveglio di soprassalto, ripensando alla sofferenza che vedo e di conseguenza vivo, ogni giorno, nella corsia del Reparto in cui lavoro.

Dall’ inizio di quest’ anno, all’ unanimità, ci hanno definiti EROI, valorosi soldati che affrontano in prima linea questa inaspettata e complessa guerra, ma io dissento  da  questa attribuzione fatta alla nostra figura lavorativa. Gli eroi, nell’inconscio e nell’ immaginario collettivo, sono coloro che volontariamente si mettono a disposizione della patria per il bene comune, si immolano rischiando la propria vita con coraggio e sprezzanti del pericolo, costruendosi attorno, spesso senza volerlo, un personaggio quasi soprannaturale  che affronta impavido tutto quello che gli si presenta dinnanzi. Cosa completamente diversa è successa a noi, operatori sanitari dipendenti della stragrande maggioranza dei nosocomi della penisola adeguati per ospitare i nuovi pazienti. Noi tutti infatti siamo stati messi di fronte ad una calamità inizialmente sconosciuta e aggressiva, con le perplessità e lo smarrimento  di chi viene catapultato in un mondo poco esplorato che incute solo timore.

A noi, ognuno nel proprio ruolo, è toccato non solo curare l’aspetto medico, le “ferite fisiche”, ma soprattutto lenire quelle dell’ anima, quelle forse più difficili da cogliere, da carpire e da sanare. I nostri pazienti infatti, non solo devono fare i conti con la sofferenza fisica debilitante che il Coronavirus provoca, ma più di tutto, sono messi di fronte, durante il ricovero, alla solitudine e alla distanza forzata dai propri affetti. La lungodegenza che spetta purtroppo ai malati di Covid-19, mette a dura prova chi ne soffre e di conseguenza, crea una rete e un legame ancor più stretto con noi addetti ai lavori che più di prima siamo chiamati ad adempiere ad un compito direi fondamentale, diventando indispensabili e, ognuno nel proprio turno, l’ unica “ancora di salvezza”, a cui aggrapparsi, con cui parlare, sorridere o sfogarsi in un pianto liberatorio.

La comunicazione, in questo periodo, avviene soprattutto attraverso lo sguardo, visto che gli occhi sono l’ unica parte del corpo resa visibile, e con quelli dobbiamo cercare di trasmettere sostegno, sicurezza, tranquillità e speranza,  quello di cui effettivamente hanno più bisogno.

Non nego che molte volte anche il nostro crollo emotivo è “dietro l’ angolo”, quando si entra nello spogliatoio a fine turno, piuttosto che sotto una doccia ristoratrice che lava corpo e anima, cercando di preservare, sotto diversi aspetti, anche coloro che ci attendono a casa, la nostra famiglia.

Vi assicuro che indossare quella tuta per diverse ore non è affatto una passeggiata, non solo per il senso di oppressione  che provoca, ma soprattutto per ciò che scatena interiormente, non visibile ad occhio nudo, ma che logora l’ ANIMA di chi come noi è costretto ad interfacciarsi con una miriade di vissuti, di dolori,  con gente che da un giorno all’ altro ha dovuto fronteggiare un nemico insidioso che lede il corpo, provocando nel peggiore dei casi la morte. Intendo ultimare questo articolo di cronaca, più che mai attuale, facendo due accorati appelli: anzitutto mi preme ribadire, in maniera forte e incisiva, di rispettare le regole che ormai abbiamo ben impresse nella mente per evitare e contrastare la diffusione del Covid-19, soprattutto durante le  imminenti festività natalizie. Che quest’ anno  il Natale sia piuttosto un momento di riflessione sul senso della vita e sul suo essere così imprevedibile e altrettanto preziosa! Con questo clima non c’è molto da festeggiare, se non  apprezzare e custodire il bene più importante che ci è stato donato, interrogandoci su quanto effimero possa divenire…e riflettere su cosa rappresenta  per ognuno di noi il Natale: RINASCITA interiore, per la costruzione di un mondo migliore, se la culla per Gesù Bambino la prepareremo nel  nostro cuore. Questo è l’augurio che faccio ad ognuno e a tutte le famiglie.

Inoltre vorrei sottolineare e tornare sull’ effetto mediatico che la figura dell’ Operatore Sanitario ha assunto nel corso di quest’ anno: non siamo eroi, ma semplici esseri umani che hanno scelto questo lavoro come “servizio” al prossimo e lo svolgono con passione,  coraggio e fatica, sperando di riuscire ad alleviare e consolare, anche se di poco, coloro che si affidano alle nostre cure.

Tutto l’organico, dal Direttore dell’U.O., alla caposala, ai medici, agli infermieri, gli O.S.S. e gli ausiliari, sono in prima linea per contrastare questo insidioso virus,  ma è dovere morale di tutta la cittadinanza  contribuire ad arginare il propagarsi di questo male, soprattutto ora  che lo conosciamo di più, mettendo in atto tutte le misure di sicurezza, e non sottovalutandolo o, peggio ancora, sfidandolo.

Con la speranza di poter scrivere, a breve, cose positive, ringrazio voi tutti, anticipatamente, per aver dedicato del tempo alla lettura di questa testimonianza.

                                                                                      L’ O.S.S. FEDERICA BISCEGLIA

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