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LA VIJE LA FUNTANELLE – CANZONE MANIFESTO DI UN ROMANTICISMO PERDUTO

La vije la funtanelle è una antica canzone del Gargano, che narra del “fare all’ammore” cioè del corteggiamento e dell’innamoramento con parole e sentimenti d’altri tempi, per noi difficilmente immaginabili, arrivando a custodire nei suoi versi, nella melodia concentrica e nell’atmosfera tutto un mondo rivelato all’ascoltatore – certo condividendo il fascino dei secoli passati con il repertorio tradizionale in genere, ma con un suo graffio speciale.
Classico apprezzato dai tanti gruppi di riproposizione e tradizione di Capitanata, che la eseguono in dischi e concerti, La via la funtanelle racconta di un giovane a cavallo che passando per la “Via delle Fontanelle”, così detta per la presenza di fontane dove le donne si intrattenevano a lavare i vestiti, ne nota una tra le altre di cui si invaghisce e che decide di corteggiare e di invitare per una passeggiata a cavallo (per accompagnarla a casa?): “Nu jurne me ne jeve p’a vije d’a funtanelle, trove a tre ggivuene belle, a tre giuvene belle ca lavavene li panne. E ji me l’he capete, la cchiù bella de tutte, e sopra il mio cavallo, e sopra il mio cavallo la voglio portare” – Un giorno me ne andavo per la via delle fontanelle, trovo tre belle ragazze che lavavano i vestiti. Ed io ho scelto la più bella, e sopra il mio cavallo la voglio portare”.
La  ragazza accetta l’invito e a metà del percorso il corteggiatore le chiede un bacio, che lei non può dargli perchè la mamma se ne accorgerebbe, invitandolo ad incontrasi l’indomani mattina presto: “ Quanne sime rruwete a la metà d’a vije, e tu belle e damme nu bece, belle e damme nu bece e non mi fai morire. E ji ‘ndu pozze da ca ce n’addone mamme, e janne dumene matine, quanne sonne matutine – Quando siamo arrivati alla metà della via, le ho detto dammi un bacio, tu bella non farmi morire. E io non posso dartelo perchè mia madre se ne accorgerebbe. Vieni domani mattina presto”. Da subito si definisce quindi un quadro con modi e un sentire che rapiscono l’ascoltatore, trasportandolo indietro nei secoli – la presenza del cavallo, la richiesta di un bacio, il rifiuto e insieme la soluzione, il segreto, l’intrigo. Una poesia che senz’altro si perde, insieme al fascino del moto circolare, nella foga dell’esecuzione del brano ritmica, per danza, che va per la maggiore e che in questo come in tanti altri casi andrebbe probabilmente rivista: a dare respiro alla melodia e ai testi carichi di immagini ed echi simbolici, quasi ancestrali.
Ma l’avventura dei due protagonisti continua. Si incontrano l’indomani all’alba o poco dopo, si rinnova la richiesta del bacio che questa volta viene concesso, ma la ragazza rimane delusa: non ha provato le emozioni che si aspettava. Rimprovera per questo il cavaliere dicendogli: tu m’hai tenuta davanti a te, a tua disposizione, come mi hai chiesto, e non mi hai dato alcuna emozione. Fa attenzione per la prossima volta, metti sentimento “E ji songhe menute come m’ha ditte ajiere. E damme quillu bece, e damme quillu bece e non mi fai morire. Tu m’ha tenute nnanze e ne m’ha fatte nende, e bbede pe’ nata vote, mitte sendement – Ed io sono venuto come tu mi hai detto ieri. E dammi quel bacio che ti ho chiesto, dammi quel bacio e non farmi morire. Tu mi hai tenuto davanti e non ho provato niente. Attento, un’altra volta metti sentimento”. Parole che suonano come un monito, manifesto di un romanticismo perduto, fiabesco ai giorni nostri, che pure ha intessuto i sogni e le vite in secoli a noi vicini – e che ancora tanto potrebbe insegnarci. Risalta la centralità della sensazione, dell’emozione quale prova determinante nel sentirsi desiderata, ammirata – elementi ormai sostituiti da approcci molto più pratici, fisici e superficiali.
La novella si conclude con versi esplosivi, dove il cavaliere ferito da quel rimprovero inatteso tuona dicendo che la prossima volta la farà girare come il sole, e ovunque la troverà le mangerà il cuore:
Ji t’aia fa gerà come gire lu sole , e ‘ndò te trova trove, tea magnà lu core – Io ti farò girare come gira il sole, e ovunque ti troverò ti mangerò il cuore”. Si conferma e deflagra la passionalità, una sensualità che diventa carnale ma sempre mediata da un ideale romanticismo che non può fare a meno del turbamento, in cui si riconosce la purezza, la verità del sentimento.
Notevole l’immagine del sole, che richiama il moto naturale dello stesso brano e insieme un’idea astrale primordiale; riproposta persino nell’opera di Dante: L’amor che move il sole e l’altre stelle” ultimo verso del Paradiso che racchiude il significato dell’intera Commedia: è l’amore alla base del mondo e di tutta la vita.
Concludiamo con alcuni link di ascolto di La vije da funtanelle, che insieme all’intera tradizione costituisce uno scrigno di poesia, umanità e storia da custodire e conoscere sempre meglio: viaggio nelle comune radici.
https://www.youtube.com/watch?v=T8Q36XV4slY – IL CANZONIERE DI SAN SEVERO
Nazario Tartaglione

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