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LE NUOVE FORME DI CONVIVENZA: LA FAMIGLIA “DI FATTO”

La famiglia è un luogo in cui il naturale confronto tra più persone, per di più conviventi, comporta
necessariamente un elevato livello di conflittualità.
Storicamente il legislatore ha evitato, in tale ambito, il ricorso alla tutela giurisdizionale, poiché ritenuta idonea a soffocare quei naturali e spontanei meccanismi di composizione della lite che, secondo la scienza sociologica, sorgono nella convivenza.
La famiglia (secondo la fortunatissima espressione di Carlo Arturo Jemolo) “è un’isola che il mare del diritto può solo lambire, in quanto realtà pregiuridica, tendenzialmente insofferente di ogni regolamentazione”.
Solo verso la fine del ‘900 il concetto di famiglia ha trovato una disciplina giuridica organica.
Ma un inaspettato fenomeno sociale ne ha scosso nuovamente le fondamenta, destando particolari
problemi in tema di rapporto tra lo storico schema di famiglia “nucleare” (di matrice cristiana, legata indissolubilmente dal vincolo matrimoniale e oggetto di tutela costituzionale e civilistica) e la nuova e
rivoluzionaria famiglia “di fatto”.
V’è anzitutto da evidenziare che tale ultimo sintagma è fortemente contestato dall’ordinamento giuridico: il “diritto” è, infatti, un ‘idea che attribuisce rilievo legale a un determinato accadimento storico; il rapporto “di fatto” non trova disciplina giuridica.
E dunque, secondo questa teoria conservatrice, manca di disciplina il rapporto economico generato, “di fatto” , tra conviventi; (per es.: il diritto di abitazione nella casa di uno dei due, il mantenimento, le cure e il sostentamento…) esaurendosi, quindi, la relazione, in un mero “vincolo non giuridico”: un rapporto di cortesia tra due persone legate da un sentimento, non regolato da leggi, che ammette la richiesta di restituzione di quanto spontaneamente concesso o elargito.
Ma se la scelta di una convivenza “more uxorio” rappresenta, come sancisce la Consulta,
” espressione del principio di libertà e di autodeterminazione delle parti” , ad essa va data tutela e regolazione giuridica.
Ed allora, per una tesi più avvenieristica, anche laddove i conviventi non abbiano stipulato un vero e proprio “contratto di convivenza” , i reciproci apporti di natura economica, lavorativa e persin anche sentimentale, troveranno disciplina giuridica e, nella specie, potranno essere qualificati come obbligazioni naturali.
Con la conseguenza che il successivo “ripensamento” del convivente che abbia fornito assistenza materiale ed economica al proprio partner, durante la relazione, non può legittimare la restituzione di quanto versato.
Si ritiene, dunque, che la convivenza sia un “fatto” costitutivo di un dovere morale o sociale di assistere l’altra persona con tutti i mezzi a disposizione, con l’effetto che la prestazione resa diventa non restituibile, perché posta in essere in esecuzione di un’obbligazione naturale (per intenderci, non è possibile domandare risarcimento, al termine della convivenza, per la compassionevole opera di cura prestata giornalmente al partner allettato e bisognoso di assistenza).
Sarebbe oltremodo avvilente pensare di “restituire” quanto spontaneamente concesso durante la relazione.
Secondo un correttivo di questa tesi, tuttavia, non rientrerebbero nel concetto di “dovere morale e sociale” quei contributi patrimoniali che siano evidentemente sproporzionati rispetto al quantitativo di beni necessari per condurre una normale convivenza.
In questo caso, il convivente, in relazione a questa “eccedenza” di beni versati, ultronei rispetto a quelli necessari al “menage” familiare, potrebbe esperire l’azione generale di arricchimento senza causa, prevista dall’art. 2041 cod. civ. e richiedere un indennizzo correlato alla diminuzione patrimoniale.

 

AVV. MAURO CASILLO

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