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MATTEO SALVATORE, DA APRICENA ALL’AMERICA GENESI, SUCCESSO E TRAMONTO DI UN CANTASTORIE

Matteo Salvatore, riconosciuto cantore dei poveri per antonomasia, è stato senz’altro una personalità complessa, contraddittoria, piena di quelle luci e ombre che spesso intessono l’animo di alcuni artisti, anche tra i più graffianti e capaci di lasciare un segno nell’epoca che attraversano.
Nato ad Apricena nel 1925, sin da bambino vive i problemi di una cittadina meridionale che doveva fare i conti con una civiltà contadina dove differenze sociali e sperequazioni erano schiaccianti. Cresce nella povertà Salvatore, e la canterà per tutta la vita, un triste imprinting che ha segnato le sue melodie come i versi, rinnegato nelle canzoni umoristiche, dagli stornelli spesso audaci che lo hanno reso gradevole al primo pubblico, quello più facile, delle piazza, delle osterie, delle sagre. Ma sarà una poesia struggente, melanconica e rabbiosa a segnare in definitiva la sua cifra artistica.
Dopo gli anni vissuti ad Apricena, dove tra le fatiche indicibili della campagna, i lavori umili, tra cui il banditore, e i periodi di disoccupazione imparerà a suonare la chitarra e a cantare soprattutto brani antichi napoletani, grazie ad un maestro che mai dimenticherà, Vincenzo Pizzicoli, acquisendo una interessante tecnica strumentale, Matteo si sposterà a Roma.
Uomo di fatica, alternava al lavoro le serate da “posteggiatore”, cioè da esecutore di evergreen partenopei voce e chitarra, ad allietare i clienti delle osterie romane; un modo per portare avanti la sua famiglia, adagiata nelle baracche alla periferia della città – centrale l’osteria “Giggetto Er Pescatore”.
Una vita dura, che faceva leva anche sulla generosità dei gestori dei locali in cui suonava e in cui incontrava personaggi famosi del cinema. E fu proprio un regista, Giuseppe De Santis, maestro del neorealismo, a chiedergli di suonare e trovare canti della sua terra, della Puglia, per un progetto cinematografico. Munito di un registratore fornitogli dallo stesso regista, modello Geloso, insieme a ventimila lire Matteo ritorna in Puglia a cercare i canti popolari, ma non trova gli ambiti giusti e ritorna con nulla di fatto. Scoraggiato, nella sua baracca romana, non può rinunciare a quell’opportunità di lavoro, di guadagno, così decide di scriverle da sè quelle canzoni che non aveva trovato, iniziando a intessere la sua poesia. I primi brani che compone sono La storia
dell’emigrazioneLa trota e lu trainoPrima seconda terza qualità (Pasta nera) e Signele, che proporrà come canti popolari autentici e De Santis ne farà colonna sonora di “Uomini e lupi”.
Sempre più apprezzato incontrerà l’appoggio di Claudio Villa e firmerà un contratto discografico con la Vis Radio; era il 1955. Inizierà così il suo percorso discografico, frequenterà il Folkstudio di Roma e conoscerà Giovanna Marini, musicista e ricercatrice storica della canzone, che lo sosterrà riconoscendo in lui uno straordinario artista naif.
Giungeranno gli anni delle apparizioni in Rai, del Cantagiro, fino alle tournè in America e Canada, dove era richiestissimo come i suoi dischi – stimato anche in Francia.
Fondamentale per la sua ampia discografia il cofanetto “Le quattro stagioni del Gargano”.
Con successo cantava la vita dura delle campagne, Matteo, la povertà, lo sfruttamento, l’emigrazione, ma proprio nel cuore della sua carriera si perde in tristi vicende personali dando un duro colpo alla sua vita e alla sua attività professionale.
Intanto gli anni passano e con loro anche i costumi, cambia la cultura e la canzone dialettale cade in declino, una debacle dalla quale la canzone non si rialzerà mai più completamente. Ci saranno decenni bui, in cui verrà dimenticato fino ad un ritorno in atteso tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2.000, quando grazie alla rinascita dei localismi, in opposizione alla imperante globalizzazione, si riscoprirà il valore della canzone popolare e dialettale – importante per lui quella garganica. Ricalcherà allora i palchi con più forza, pure in seguito alla collaborazione col manager foggiano Angelo Cavallo, affiancando sul palco o in produzioni filmiche artisti come Teresa De Sio, Eugenio Bennato, I Cantori di Carpino ed Uccio Aloisi. Nei primi anni del 2.000 sarà accanto a Vinicio Capossela in un concerto nella suggestiva location delle cave di marmo ad Apricena. Suoi brani sono stati cantati anche da Lucio Dalla ed è ricordato, dopo la sua morte avvenuta nel 2005, come un capostipite dei cantautori italiani. Tra i suoi estimatori Enzo Gragnaniello, Peppe Barra, Moni Ovadia, Daniele Sepe.
Ad Apricena intitolato un teatro in suo onore, Casa Matteo Salvatore, sede di spettacoli, convegni e attività socio-culturali.
Tra le pubblicazioni che lo ricordano i libri: “Matteo Salvatore. Le canzoni e la storia” con CD allegato, di Angelo Cavallo e Giovanni Cipriani, “L’ultimo Cantastorie” di Beppe Lopez, “A Sud. Il racconto del lungo silenzio” di Giovanni Rinaldi. Da ricordare il film CRAJ, per la regia di Davide Marengo e il documentario Il Cantastorie, produzione francese visionabile al link che segue
https://www.youtube.com/watch?v=MHWlWSAa13A&t=3s

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