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MAURO VALENTE, IL GIALLISTA DALLO SGUARDO DOLCE – IN ARRIVO IL NONO ROMANZO ED UN NUOVO FILM

Ci sono autori capaci di esplorare il mondo attraverso diversi linguaggi e discipline, facendo della poliedricità la loro cifra fondamentale. E questo è certo il caso dell’autore sanseverese Mauro Valente. In equilibrio tra letteratura, cinema, teatro, giornalismo, sport e libera professione, si racconta in questa intervista. Nel cassetto “Come Aquiloni”, il nono romanzo e un nuovo film.

La prima domanda che vorrei porti è come scopri la letteratura e il piacere di scrivere?

Nasco come scrittore di romanzi nel 2012 quando, alla soglia dei 50 anni, una tardiva vocazione mi fece rendere conto che dentro di me c’era qualcosa che spingeva per venire fuori. Capii che non potevo più trattenere le emozioni e così cominciai a metterle nero su bianco. E fu un fiume in piena che pare non voglia proprio fermarsi.

Come questo ha cambiato o arricchito la tua vita?

La ricerca di se stessi è un percorso che paga sempre. E quando lo cominci in età adulta, quella ricerca è più piena, più consapevole e ti porta a scoprire aspetti nascosti che mai avresti pensato di avere. Una sorta di psicoanalisi che poi però si traduce in pienezza di vita, in senso di appagamento. E non è poco!

Dopo diversi romanzi quale credi sia lo sguardo di uno scrittore sulla vita?

Lo scrittore è il periscopio di un sommergibile. All’inizio è sott’acqua al buio. Poi comincia a spuntare sulla superficie dell’acqua e l’orizzonte prende a schiarirsi. Poi, man mano che si alza, guarda sempre più lontano, si riempie di luce e mette a fuoco il mondo. Più passa il tempo, più quello sguardo supera i limiti del contingente e punta lontano.

Calcio, giornalismo, libera professione, letteratura, teatro, cinema? Quanto si compenetrano e quanto sono estranee l’una all’altra?

Non si può rinchiudere la mente in un momento storico. L’unico vero dono che la vita ci ha dato è quel caleidoscopio di forme e colori che è la nostra mente. La mia non è mai stata ferma, non si è mai fossilizzata su un’idea ed è stata sempre pronta a sconvolgere tutto e ricominciare da capo. E si è sempre espressa senza limiti e confini. Sono Mauro Valente quando faccio il giornalista o quando scrivo romanzi o quando discuto una causa in tribunale. E se dovessi dirti cosa farò tra un anno, sinceramente non lo so. Ciò che conta è che in tutto quello che faccio ci sia me stesso.

La tua scrittura è fluida, versatile, ed accoglie tanto l’italiano quanto il dialetto. A quale linguaggio ti senti più legato?

Il dialetto è l’espressione delle nostre radici, delle nostre origini contadine. Quando voglio rivolgermi ai miei compaesani, mi viene facile il dialetto: è la nostra lingua. Ma per i romanzi, per il cinema e per quelle espressioni di più ampio respiro è l’italiano il mio linguaggio. Non riuscirei a pensare un romanzo in dialetto.

Ricordiamo al pubblico i tuoi romanzi. C’è un filo rosso che li congiunge?

Ad oggi ho pubblicato otto romanzi, “La Favola di Rina l’ape regina”, “La Croce Salmastra”, “Ok Mister”, “Mai grazie”, “Il Sacro Legno”, “Calma Apparente”, “Polonio”, “Appuntamento in obitorio” e, in autunno uscirà “Come Aquiloni”, il nono.

I miei romanzi nascono da un momento di vita, da uno spunto che viene dalla professione o da qualche episodio che mi ha colpito particolarmente. Alcuni partono dal mio studio e hanno come protagonista me stesso, altri dalla frequentazione con persone importanti nel mio cammino, altri da idee nate per caso. Non c’è continuità assoluta, ma in tutti c’è una parte di me.

Come definiresti la tua scrittura e la tua voce letteraria?

Sono un giallista dallo sguardo dolce. Non mi piace raccontare vicende di sangue, ma allo stesso tempo mi piace sapere che il mio lettore resta incollato alla storia capitolo per capitolo. Chi ha confidenza con me mi rimprovera di non farli dormire di notte. Tanta è la voglia di sapere come vanno a finire le mie storie, che non si staccano dai libri finché non arrivano all’ultima pagina.

Come si riesce a vivere l’arte in questo periodo di semi-quarantena? La tua creatività quanto ne risente?

Io non risento molto dello stare in casa. Anzi, mi piace. Per cui ho approfittato della quarantena per rivedere alcuni miei vecchi lavori e per portare a termine la prima stesura del nuovo romanzo. Ho fatto di necessità virtù.

Il tuo rapporto con l’arte ti avvicina ai più giovani, sia nel teatro che nel cinema? E’ difficile comunicare tra generazioni diverse?

Mi piace molto lavorare coi giovani. Un pò ti fanno sentire importante, un pò sono una fonte inesauribile di ispirazione. C’è da dire che tra le nuove generazioni e le vecchie c’è una differenza nelle modalità di comunicazione. Ma i contenuti restano sempre quelli. Qualche anno fa andava per la maggiore Youtube. E con alcuni ragazzi di San Severo inventammo il filone dei cortometraggi in dialetto sanseverese. Mai a pensare cosa avremmo scatenato. Quello che tutti snobbavano, il dialetto, fu un collante meraviglioso tra le generazioni. Avevamo bambini di dieci anni che ripetevano a memoria venti minuti di film e anziani che ridevano a crepapelle delle scenette nella lingua dei padri. Fu un successone. Poi Youtube andò in crisi e lasciammo quella forma di arte. Ora ci sono altre modalità di comunicazione. Certo non è facile trovare le espressioni artistiche giuste, ma quando le si trovano, ci si accorge inevitabilmente che quando si parla di arte e la si fa con passione, siamo tutti sulla stessa barca, giovani e meno giovani.

Avresti mai pensato di riuscire a riempire il cinema della città con le tue opere? Cosa hai provato in quelle occasioni?

Senza falsa modestia, un pò ci ero abituato, nel senso che ogni volta che da solo o con i ragazzi di Ciak 2.0 abbiamo messo su spettacoli, abbiamo sempre avuto il tutto esaurito in tutti i teatri e cinema in cui ci siamo esibiti. Ma tre giorni consecutivi di “sold out” per un film, CalmApparente, interamente realizzato nella nostra terra, è stato qualcosa di stupendo. Per alcune notti non ci ho dormito. Spero di poterne presto produrre un altro. Ma qui mi fermo.

Ritieni che la nostra società dia il giusto ruolo agli artisti o che li costringa al copione commerciale? Gli antichi greci costruivano gli anfiteatri perché conoscevano l’importanza dell’arte e delle emozioni che suscitava. Nel corso dei secoli, gli artisti entrarono a far parte delle corti dei sovrani. Erano rispettati e di arte vivevano. Oggi non più. Ma sono fiducioso. Tornerà il tempo degli artisti.

Ci parli dei tuoi prossimi progetti?

Qualcosa l’ho già accennata: il prossimo romanzo, “Come Aquiloni” in autunno, e tra qualche mese un nuovo film di cui ho già la sceneggiatura pronta. Poi mi piacerebbe tornare a scrivere per il teatro, magari un musical. Ecco, quella sarebbe una bella avventura. Vedremo. 1

Da autore del territorio, il tuo rapporto con le scuole?

Mi piacerebbe che le scuole organizzassero corsi di recitazione. Sono sicuro che tra i nostri giovani c’è tanto talento che resta nascosto. Ed è un peccato.

Come salutiamo il pubblico?

Proponendogli la visione del trailer di Calma Apparente, presente su Youtube

https://www.youtube.com/watch?v=hLMYnsXysO8

Per approfondimenti e richiedere i libri di Mauro Valente, visitare il sito www.maurovalente.it  o la pagina Facebook dell’autore.

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