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San Severo: “PÈN’, OGGLJE E ZUCCHERE” LA SEMPLICITA’ DI UN MONDO PERDUTO

Di Nazario Tartaglione

In una società educata ai prodotti industriali, all’icone pubblicitarie, alla fretta, nel nome di una produttività illusoria, propria di un benessere molto discutibile e iniquo, parlare di “pane, olio e zucchero” è senz’altro difficile, ma proveremo a farlo.
Una merenda semplice, fatta con gli ingredienti a portata di mano, contadini, che fa ricordare l’infanzia di molti, scivolando con la memoria almeno fino a trentacinque, quarantanni fa, e che oggi diviene soprattutto la porta su un mondo: un mondo non certo ideale, con i suoi problemi, ma senz’altro più semplice, umano, dove la vita era più facile e quindi c’era meno infelicità.
Erano l’Italia e la San Severo degli anni ’70/80, della 500, degli operai con la casa col mutuo, dei ragazzi che giocavano a pallone davanti casa e non avevano mille altri impegni scanditi dagli orologi, dei primi campetti di basket nei quartieri, delle prime tv a colori, delle radio libere. L’Italia quinta potenza industriale, dei tre mesi di vacanza al mare con la città svuotata, del posto fisso, del matrimonio e della famiglia con almeno due figli, dei “ciao nè”: gli zii emigrati a Milano (il nord Italia era genericamente chiamato così). Una San Severo dove si riparava e non si buttava per comperare di continuo, dei vestiti prestati tra amici e parenti o passati da fratello a fratello, dove ci si ritrovava a Natale tutti insieme cascasse il mondo. La San Severo dei nonni, della campagna e dei ricordi della guerra, dove essere padre e madre significava avere un ruolo ben preciso, di responsabilità ed autorità, che i figli sapevano di dover rispettare, insieme a quello complementare degli insegnanti.
Una San Severo dove tra le gente comune era diffuso il senso del rispetto della legge e delle istituzioni, dove valeva ancora la parola e la stretta di mano, e dove per mettere tavola si aspettava che il padre tornasse dal lavoro. In cui si usciva alle sette di sera per rincasare massimo alle undici e mai dopo la mezzanotte – andare in giro di notte non aveva senso – e dove a diciotto anni potevi avere la bicicletta o al massimo un motorino e non certo costose e potenti automobili.
Pèn’, ogglje e zucchere (pane, olio e zucchero) era anche il simbolo del risparmio, dei sacrifici per la famiglia, era il volto stanco delle madri, quello pensieroso dei padri, era il valore del lavoro (impara l’arte e mettila da parte) e degli esempi di “povertà di valore”, quella di chi col lavoro non si era arricchito ma era diventato una persona migliore.
Pèn’, ogglje e zucchere era la San Severo degli artigiani diventati ricchi nel tempo, che venivano dalla gavetta e avevano lavorato sin da ragazzi, spesso da bambini, “a calasole”, cioè dall’alba al tramonto, anche senza paga o per poco, per imparare il mestiere. Era la San Severo che “d’estate cosa devi fare senza fare niente?”e durante la pausa scolastica si andava a lavorare, per fare salvadanaio e capire il valore del denaro guadagnato.
Insomma un mondo di cui soprattutto durante questa pandemia constatiamo la scomparsa, sostituito da uno più comodo ed arrogante.
Pane, olio e zucchero: bisognerebbe ritornare ad assaggiarlo. Una maddalenina che ci ricorderebbe chi siamo stati, chi sono stati i nostri nonni e genitori, portandoci a valutare diversamente il “benessere” in cui nonostante tutto ci trasciniamo.
A chiudere, i versi di Antonello Polvere, fotoamatore sanseverese,
a cui questo articolo si è ispirato
C’era un tempo… di Antonello Polvere ©
C’era un tempo in cui avevamo più tempo.
C’era un tempo in cui non serviva il notaio, una stretta di mano valeva più di un atto.
C’era un tempo dove le madri non allattavano solo le proprie creature, e le rispettive famiglie si univano in modo indissolubile.
C’era un tempo in cui il soprannome di famiglia era un eredità da preservare, dove il primogenito doveva necessariamente portare il nome del nonno.
C’era un tempo dove l’armonia regnava nel vicinato. I grandi si sedevano in cerchio godendosi la frescura serale, i piccoli giocavano più in là…
C’era un tempo dove indossavamo il vestito della festa, dove gli indumenti passavano ai fratelli più piccoli, dove i giochi di strada erano il passatempo preferito.
C’era un tempo in cui la promessa di fidanzamento vedeva coinvolte le famiglie, il matrimonio era sacro e dove solo la morte separava gli sposi, e se accadeva, nella maggioranza dei casi si rimaneva soli.
C’era un tempo dove ognuno faceva la sua parte, dove la parola aveva un valore, dove si respirava genuinità, dove vivere nella semplicità era una gioia.

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