Perché non tutti sono candidati all’implantologia standard
Rubrica odontoiatrica a cura del Dr Annolfi Michele
Negli ultimi anni l’implantologia è diventata una soluzione diffusa e altamente predicibile per la sostituzione dei denti mancanti. Tuttavia, esiste un equivoco molto comune: pensare che tutti i pazienti possano essere trattati con impianti “standard”.
La realtà clinica è più complessa.
L’implantologia tradizionale si basa su un presupposto fondamentale: la presenza di un volume osseo sufficiente in altezza e spessore. Quando questo requisito viene meno — come accade frequentemente nei pazienti che hanno perso i denti da molti anni — le condizioni biologiche cambiano radicalmente.
Numerosi studi pubblicati su Journal of Clinical Periodontology e Clinical Oral Implants Research hanno dimostrato che dopo l’estrazione dentale il riassorbimento osseo può raggiungere anche il 40-60% nei primi tre anni, con una perdita più marcata nell’arcata superiore posteriore. Questo significa che, in molti casi, l’osso disponibile non è più adeguato per l’inserimento di impianti convenzionali senza procedure aggiuntive.
Ma non è solo una questione di quantità di osso.
Esiste anche un fattore qualitativo: densità ossea ridotta, espansione del seno mascellare, perdita dei riferimenti anatomici, alterazioni dell’occlusione e collasso verticale della dimensione facciale. Tutti elementi che rendono il trattamento più complesso rispetto a un semplice inserimento implantare.
La letteratura scientifica è chiara: quando i protocolli implantari non rispettano le condizioni biomeccaniche ideali, aumenta il rischio di sovraccarico protesico e complicanze a medio-lungo termine (Misch, Rangert, Zarb). Non si tratta di fallimenti immediati, ma di problematiche funzionali che possono emergere negli anni.
Un altro aspetto spesso sottovalutato è la salute sistemica del paziente. Diabete non controllato, fumo pesante, osteoporosi severa o terapia con bifosfonati richiedono protocolli specifici e valutazioni approfondite. Le linee guida internazionali dell’EAO (European Association for Osseointegration) sottolineano l’importanza di una corretta selezione del paziente prima di qualsiasi piano implantare.
In questi casi, proporre un impianto “standard” può non essere la scelta più corretta.
È qui che entra in gioco l’implantologia avanzata: impianti inclinati, impianti pterigoidei, chirurgia zigomatica, protocolli di carico immediato con distribuzione strategica delle forze. Non per forzare una soluzione, ma per adattare la terapia alla reale condizione anatomica del paziente.
La vera differenza non è “mettere o non mettere un impianto”, ma comprendere quale tipo di implantologia sia biologicamente e biomeccanicamente più indicata.
L’odontoiatria moderna non dovrebbe mai essere standardizzata sul paziente, ma personalizzata sulla sua anatomia, sulla sua funzione e sulla sua storia clinica.
Dire che non tutti sono candidati all’implantologia tradizionale non significa negare una soluzione. Significa scegliere quella più sicura, stabile e duratura nel tempo.
Dr Annolfi Michele Albo Odontoiatri FG 737



