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PERLE DI SAGGEZZA

di GIUSEPPE CLEMENTE

Quando frequentavo la scuola media (una vita fa), i libri di testo erano pessimi dal punto di vista grafico, privi di immagini, al massimo qualche schizzo rigorosamente in bianco e nero, ma, al contrario, ottimi erano per i contenuti. L’antologia di italiano che si usava nella mia classe aveva un titolo quanto mai emblematico, PRELUDIO, edita, se non ricordo male, dalla Paravia. Conteneva brani, allora notissimi, di autori famosi. È vero, oggi viviamo in un mondo diverso e, purtroppo molti di quei brani non hanno più alcun riferimento con la realtà, tuttavia alcuni di essi trasmettono, ancora, valori universali e non sarebbe male se imparassimo a conoscerli. Non vorrei passare per un conservatore, parruccone, tradizionalista. Sono solo uno che è rimasto segnato dal lavoro (meraviglioso) che ha fatto per quarant’anni, ritengo perciò opportuno ricordare solo tre brani, ricchi di saggezza, anche se fuori dalla realtà in cui viviamo. Il primo è una favola di ESOPO (ripresa da ORAZIO), scritta nel IV sec. A. C., Il topo di campagna e quello di città, che per vivere felici, educava ad accontentarsi di quello che si ha sotto il naso e di non lasciarsi abbagliare da false e luccicanti chimere. C’è un vecchio adagio: “chi lascia la via vecchia per la nuova, sa cosa lascia, ma non cosa trova”, che noi quasi sempre disattendiamo, perché non ci accontentiamo mai di ciò che abbiamo. I topini ci fanno riflettere sui rischi dei cambiamenti e sulle certezze che già possediamo. Chi sa quanti sghignazzeranno alla lettura di queste righe! Il secondo brano è di LEONE TOLSTOI (1828-1910), (l’argomento è stato trattato anche dai FRATELLI GRIMM e da GIOVANNI PASCOLI) La scodella del nonno, che insegnava a noi ragazzi a rispettare e ad amare gli anziani, a star loro vicino, nonostante le fragilità e a superare quel senso di repulsione che ci prende quando siamo a contatto con gli oggetti che loro usano quotidianamente. A un nonno vecchio, quasi cieco, certamente sordo e senza denti, con la bava che gli colava dalla bocca quando mangiava, fu tolto il posto a tavola e venne relegato dietro la stufa. Come finisce? Scopritelo da voi, ne vale la pena, ve l’assicuro. Il rispetto dei vecchi è oggi merce assai rara; basti pensare ai ragazzini che d’inverno, qui sul nostro viale della villa, spesso strappano i berretti agli anziani e li buttano centinaia di metri più in là, o a quanto accade nelle RSA di quasi tutte le regioni d’Italia. L’ultimo brano si intitola Il ciuco di Melesecche, di RENATO FUCINI (1843-1921), poeta, scrittore e insegnante, che ci ammonisce a non imporre le proprie convinzioni agli altri, soprattutto a quelli che non hanno alcuna possibilità di contestare. Anche in questo caso invito i lettori a cercare la favola, ad apprezzarne i pregi e, soprattutto, a divulgarla. Non vorrei che questo mio suggerimento venisse considerato pedante, saccente, ma sono convinto che ritornare a certi valori sia estremamente positivo. Se anche uno solo dei miei lettori, che conosca già o meno i brani citati, rintraccerà anche uno solo di essi e lo farà conoscere ai figli, o, meglio, ai nipoti, beh, sarò felice, perché avrò raggiunto il mio scopo.

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