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RIPRESO DALLE VIDEOCAMERE MENTRE RUBA: NON È REATO

Una delle fattispecie di reato più invalsa nella prassi è il furto nei supermercati.
I gestori di tali centri di vendita al consumo hanno perciò predisposto, ormai su scala nazionale e indipendentemente dalla grandezza del market, imponenti e capillari sistemi di videosorveglianza, atti ad evitare la sgradevole consuetudine predatoria.
In dottrina si è a lungo discusso se configuri furto tentato o consumato l’atto di sottrarre un bene dagli scaffali del supermercato e impossessarsene mentre si è ripresi dall’occhio vigile della camera di sorveglianza (che monitora “in diretta” l’azione illecita ed impedisce l’allontanamento dell’agente con la refurtiva).
Si è in presenza di un furto tentato e non consumato, in quanto l’agente ha sostituito la propria signorìa sul bene, con quella del legittimo proprietario, solo in via temporanea.
Ma ancor più rivoluzionaria è una nuova corrente dottrinale, la quale prevede che la predisposizione di misure di videosorveglianza potrebbe incidere sul reato di furto in modo tale da escluderne addirittura la punibilità, configurando un reato “impossibile” ex art. 49 comma 2° c.p.
Con maggior impegno esplicativo, è doveroso ricordare che, ai sensi della disposizione citata, non vi è punibilità quando, per l’inidoneità dell’azione o per l’inesistenza dell’oggetto, è impossibile la realizzazione dell’evento dannoso o pericoloso.
La norma che ci occupa è espressione del principio di offensività, il quale esclude la punibilità di condotte che, pur conformi al tipo di reato previsto in astratto dalla norma incriminatrice, non sono idonee a recare un’offesa al bene giuridico protetto.
Dunque, laddove l’azione furtiva sia stata totalmente monitorata dalle videocamere, impedendosi la consumazione e anche solo il mero tentativo di reato, siamo in presenza di un reato impossibile?
Le tesi sono 2.
Secondo una prima corrente ermeneutica, conservatrice, dovrà ritenersi configurabile il delitto tentato: la presenza di un sistema di videosorveglianza è circostanza che il reo non conosceva nel momento in cui agiva.
La sua azione appare, perciò, astrattamente, “univoca” ed “idonea” ad arrecare offesa al bene protetto.
Va, quindi, perseguita penalmente.
Al contrario, i sostenitori di opposta teoria sostengono la tesi del reato “impossibile” per inidoneità dell’azione.
La presenza di misure di sicurezza accompagna, infatti, l’intera condotta illecita: il personale di
sorveglianza monitora l’azione posta in essere dal soggetto, rendendo impossibile la consumazione del reato; il bene non è, di fatto, mai uscito dalla signoría del proprietario del supermercato, neppure temporaneamente.
Tale soluzione è l’unica realmente in grado di salvaguardare il principio di offensività, poiché rifiuta la punibilità di azioni “prive di reale e concreta portata offensiva”.
Resta, comunque, salvo l’ultimo come dell’art. 49 c.p., che riconosce al giudice il potere di applicare una misura di sicurezza, laddove l’agente venga ritenuto socialmente pericoloso: preservando, così, l’ordine pubblico e la sicurezza sociale.


AVV. MAURO CASILLO

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