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ROBERTA MERITA GIUSTIZIA! UN DRAMMA NEL DRAMMA. GLI AVVOCATI DE ROSSI NE PARLANO A “L’AMORE CHE UCCIDE”

E se Roberta avesse potuto salvarsi nel momento in cui fosse prontamente intervenuto il 118? Il servizio di Pronto Soccorso andava allertato con drastica solerzia, ma ciò non è accaduto.
Oltre l’agghiacciante risvolto delittuoso, emergono particolari altrettanto raccapriccianti rivelati dagli avvocati Guido e Roberto DE ROSSI che, partecipi alla puntata del 17 novembre, “L’AMORE CHE UCCIDE”, trasmessa su Telefoggia, hanno svelato alcune circostanze riguardanti l’omicidio di Roberta PERILLO.
La giovane dal sorriso fulgido e luminoso come una stella aveva solo 32 anni, quando è stata barbaramente uccisa dall’ex fidanzato.
Si trovava all’interno della propria casa nella città di San Severo, dove viveva da sola da circa un paio di mesi.

Roberta aveva tanti sogni, ma durante un pomeriggio d’estate, 2 anni fa, l’11 luglio 2019, il suo corpo senza vita venne ritrovato nella vasca da bagno della sua abitazione.
Tutta la comunità cittadina è rimasta profondamente scossa, soprattutto per le modalità in cui è stato consumato il delitto.
La ragazza aveva deciso di interrompere la relazione che intercorreva da appena due mesi con Francesco D’ANGELO, di 37 anni.
Questi si era recato da lei per chiarimenti, ma commise un delitto efferato e poi si presentò alla Questura di Foggia insieme al padre, confessandone l’omicidio.
L’avv. Guido DE ROSSI ricostruisce l’accaduto con dovizia di particolari, soffermandosi sulla ferocia nella commissione del delitto e precisando come lo ‘strozzamento’ operato dal D’ANGELO sia diverso dallo ‘strangolamento’, in quanto avviene con le mani. L’autore forse aveva premeditato il fatto poiché esiste un dato storico e processuale in cui si evince che, visto il momento della giornata in cui regnava un silenzio assoluto, ovvero le ore 14,30 circa, possibile che nessuno avesse potuto sentire nulla?!
L’appartamento di Roberta era situato al secondo piano, ma la giovane donna non era tanto gracile, per cui se fosse stata aggredita frontalmente, forse, avrebbe potuto, in qualche modo reagire e difendersi.
Invece non si sentirono urla e nessuno dichiarò di aver sentito niente di niente.
E se invece Roberta fosse stata aggredita alle spalle, tanto da non avere avuta possibilità alcuna di potersi difendere?
“In cinquanta anni di professione non mi sono mai imbattuto in un delitto così efferato. Oltre allo strozzamento, è avvenuto il trascinamento di un corpo fino a farlo annegare in una vasca da bagno”, ripercorre Guido DE ROSSI con tono quasi ancora incredulo.
Il 25 giugno 2020 Francesco D’ANGELO viene rinviato a giudizio con rito ordinario.
Una perizia psichiatrica ordinata dalla Procura gli aveva riconosciuta la ‘seminfermità mentale’ essendo affetto da un ‘disturbo narcisistico borderline’, tuttavia una seconda perizia, eseguita da un consulente nominato dalla vittima, qualifica l’imputato ‘totalmente capace di intendere e di volere’.

“Il processo si trova alle battute finali. Noi non abbiamo mai condiviso le conclusioni del consulente della Procura circa la parziale capacità di intendere e di volere del D’Angelo, in quanto sin dalla lettura degli atti d’indagine abbiamo avuto la certezza che si è trattato di un delitto commesso da un soggetto nel pieno delle sue facoltà mentali. Spesso nei processi penali dove c’è la confessione dell’imputato, quest’ultimo, al solo fine di evitare il massimo della pena, invoca un vizio parziale o totale di mente. C’è indiscutibilmente un abuso nelle aule di Giustizia della psichiatria forense. Nel caso della povera Roberta, anzi, noi riteniamo che possa essere contestata all’imputato l’aggravante della premeditazione, alla luce della messaggistica intercorsa tra la vittima e l’imputato alcune ore prima dell’omicidio; vi sono, infatti,  messaggi che lasciano intuire un apprezzabile intervallo di tempo intercorso tra l’insorgenza del proposito criminoso e l’attuazione di esso”, ribadisce Roberto DE ROSSI, aggiungendo che i comportamenti dell’imputato, ricostruiti nel processo dai numerosi testi di parte civile, sono apparsi sempre normali, anzi pacifici.”

“D’ANGELO rese una dichiarazione alla Questura di Foggia di una lucidità sconvolgente, accompagnato dal padre che è un medico. Perché non hanno allertato il 118? Roberta forse poteva essere salvata. È un dramma nel dramma. Quale medico il padre aveva l’obbligo di allertare il servizio di Pronto Soccorso, ma ha seguito una condotta negligente”, prosegue l’avv. Guido DE ROSSI, rilevando altresì il fatto che costoro non si fossero rivolti alle vicinissime Forze dell’Ordine, le quali avrebbero potuto intervenire nell’immediato, mentre la prima volante arrivata in loco fu quella della Questura di Foggia.

È un ritardo agghiacciante.
“Roberta è il simbolo di una martire che ha subito una violenza cieca, ma per combattere la violenza occorrerebbe una presenza più concreta e non l’omertà sociale. Meno manifestazioni e più azioni reali. Troppi blablabla…Il caso di Roberta era un’importante occasione per le Istituzioni che avrebbero dovuto far sentire la propria presenza”, lamenta Guido DE ROSSI quasi spogliandosi della sua veste legale e, da uomo dunque, avrebbe voluto che le Istituzioni si costituissero anch’esse parti civili.
Ciò non è accaduto.
Guido cita Giuseppe e Valeria, i genitori di Roberta dalla compostezza esemplare.
La loro è una dignità che si fa largo tra la gente, dove dovrebbe regnare maggiore senso di umanità e non omertà.
“I familiari delle vittime non vanno mai lasciati da soli. Ad ogni primo segnale di violenza bisogna reagire tempestivamente”, rinsalda il giovanissimo avv. Roberto DE ROSSI, ricordando l’esistenza del Codice Rosso che permette di agire con provvedimenti in modo più celere per tutelare le vittime e citando inoltre, la collega Silia SPONSANO per avere sposato anch’essa la causa di Roberta.
Silenzio assordante dove c’era bisogno di voce, inerzia dove occorreva più azione, tanti ancora i dubbi, ma un’unica atroce realtà.
Roberta, la ragazza che amava cantare, dipingere e sorridere alla vita, e come lo stesso Guido dichiara… verso la quale la stessa vita ne ricambiava l’amore, si è scontrata con il male, quello che alberga dove si cerca di tenerlo celato, ma basta una scintilla per farlo esplodere e perché colpisca, anche subdolamente e forse alle spalle, vigliaccamente, vilmente, spregevolmente.
Nessun termine può renderne lo sprezzo.
Solo giustizia e solo verità laddove nemmeno il perdono riesce ad insidiarsi, tanto quanto l’amore in un cuore arido e spento.
Una targa, una via, una panchina…
Tutto, ma per certi versi niente potrebbe restituire.
Roberta ormai è lassù e nessuno potrà mai riportarla in vita, a meno che si sarebbe potuta salvare se solo fosse stata soccorsa in tempo.
Amarezza e cruda realtà di due candide ali dispiegate nel vento, oltre un tempo che fu.

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