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“SAN SEVERO CITTA’ D’EMIGRANTI” – ANDARE VIA SEMPRE E COMUNQUE

Di Nazario Tartaglione

La storia dell’Italia, dalla sua unificazione ad oggi, è caratterizzata dal fenomeno dell’emigrazione, sia interna che verso l’estero.
Proprio dopo l’Unità d’Italia infatti si ha la “Grande Emigrazione” tra il 1876 e il 1915, che ha visto oltre 14 milioni di italiani partire e spesso non ritornare più.
Le mete? Soprattutto americane, sia del nord che del sud, con i famosi bastimenti carichi di speranza e di addii.
Ridotta o sospesa dalle due guerre, l’emigrazione riprende dopo la fine del secondo conflitto mondiale, sostenuta anche dal boom economico degli anni ’60, che determina insieme ad un flusso verso l’estero (soprattutto America, Australia ed Europa) anche un’emigrazione interna, dal sud verso il centro-nord dell’Italia.
Tanti gli italiani che si sono fatti strada nel mondo, dando il loro contributo nei diversi settori: economico, scientifico, artistico, tecnologico, ecc… , ma sempre pagando un prezzo altissimo, quello dal distacco e del dramma che l’emigrazione costituisce in sè.
Ad oggi si assiste ad una forte ripresa dei flussi migratori, soprattutto dal meridione verso il nord del Bel Paese: un sud che si svuota sempre più per la fuga di migliaia di giovani e laureati, tanto da costituire una vera e propria emergenza sociale.
La nostra San Severo non manca di partecipare al fenomeno, presentando un paesaggio spesso desolante: basti contare tutte le attività commerciali cessate e non passate di mano, come i cartelli VENDESI, spesso anche di intere palazzine, che riecheggiano in tante, troppe strade e che segnalano un’emigrazione che è addirittura familiare.
Certamente siamo lontani dalle condizioni sociali di fame e povertà che hanno spinto agli esodi nel secolo e nei decenni precedenti: oggi il sud Italia non è più così povero come allora, eppure rimane una terra d’emigranti. Perchè?
A muovere l’emigrazione sono ragioni professionali, la ricerca di un lavoro per uscire dalla povertà, o di ruoli e affermazioni che nella nostra cittadina difficilmente maturerebbero: in un clima clientelare, dove langue la meritocrazia e predominano sconforto e sfiducia.
Determinanti ancora le difficoltà di fare impresa e l’illegalità diffusa.
Altre motivazioni sono personali o familiari, oppure filosofiche, legate allo stile di vita desiderato, come agli ambienti e alla mentalità che si ama frequentare.
Senz’altro ci sono ragioni intime e personali nella scelta di andare via che non si possono mettere in discussione: ma siamo sicuri che l’emigrazione sia sempre e comunque giustificata?
Tanti sono i ragazzi che qui vivono nell’agio, in famiglia, e che emigrando continueranno ad essere mantenuti, in cerca di fortuna e di un benessere spesso illusorio – perdendo per di più il prezioso contatto con le proprie radici.
In tanti casi ad esempio si continuano a preferire le università del nord Italia, nonostante gli atenei di Bari e Foggia, così come non si apprezzano il nostro clima, i paesaggi, il cibo e i ritmi moderati della nostra quotidianità.
Insomma tutto altrove è meglio di qui: una partita persa in partenza quella con chi va via anche perchè non è stato educato ad amare la propria terra, ma piuttosto a disprezzarla, sempre e comunque.
Una terra problematica, si dirà, difficile da amare, ma anche piena di potenzialità e di spazi vergini da riempire con idee e progetti.
Si preferisce invece spostare tutto al nord: energie, studi, ricchezza e sacrifici – spesso con risultati non sempre soddisfacenti.
Viene da chiedersi allora: “E se ci si impegnasse allo stesso modo qui? Se si smettesse di buttare fango sulla propria terra e la si difendesse? Se si iniziasse a credere in essa, dedicandole le stesse risorse e gli stessi sacrifici spesi altrove?
Possiamo pensare che il distacco dalla cultura contadina ed artigiana segni un punto fondamentale nell’allontanamento prima psicologico e poi geografico da questo territorio. Intervengono inoltre la scolarizzazione e gli alti titoli di studio, che spingono a mete e professioni esotiche.
Non si può certo negare ancora che l’immaginario televisivo e mediatico non intervenga su quello personale, proponendo una realtà ovattata, sensazionale e luminosa, dove non c’è spazio per l’anonimato, la semplicità e l’intimità della passione che accompagna certi mestieri: condizioni che permetterebbero di vivere il sud più serenamente.
Un’emigrazione del benessere che oggi si affianca a quella della povertà, sorretta dalla voglia di affermazione, come da uno spirito di imitazione modaiolo, che ha ragioni ben diverse da quelle che hanno riempito le valige misere, i treni e le navi del passato: ragioni scandite dai versi di Matteo Salvatore che cantava “Fatiche, fatiche e nun magne maje – Lavoro, lavoro, e non mangio mai”.
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