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SAN SEVERO: Domani don Dino D’Aloia si insedia come parroco a San Giuseppe Artigiano, «Ritornare nella mia Città mi riempie di gioia».

La comunità parrocchiale di San Giuseppe Artigiano è pronta ad accogliere il nuovo parroco: Don Dino d’Aloia arriverà in pellegrinaggio domenica mattina alle ore 11:30 accompagnato da alcuni fedeli della Parrocchia Sant’Antonio da Padova in San Paolo di Civitate, la preghiera accompagnerà sin dalla mattina questo passaggio di consegne; alle 18:30, poi, la santa messa presieduta dal S.E. Mons. Checchinato, durante la quale avverrà l’ingresso ufficiale come parroco e saranno rinnovate le promesse sacerdotali nelle mani del Vescovo.
Don Dino, classe 1968, è originario della parrocchia Cattedrale S. Maria Assunta di San Severo, dopo gli studi teologici e il seminario, è stato ordinato presbitero il 25 giugno 1994 per le mani di Mons. Silvio Cesare Bonicelli e, dopo varie esperienze nella nostra Diocesi, dal 2013 al 2021 è stato parroco in quel di San Paolo di Civitate nella Parrocchia Sant’Antonio da Padova.
Negli anni ha sviluppato grande sensibilità per le tematiche sociali, interviene spesso nei dibattiti pubblici esponendosi in prima persona. Grande appassionato del Concilio Vaticano II, si è occupato spesso di ecumenismo; di recente si è mostrato vicino alla comunità Lgbt, che segue all’insegna dell’inclusione nella vita della Chiesa.
«Sono ancora ferito sofferto per aver lasciato la guida della comunità parrocchiale di Sant’Antonio, che è una comunità generosa conviviale innamorata della della Chiesa e anche dei suoi sacerdoti, – ci ha confidato Don Dino – lí ho sentito di camminare davvero tanto insieme al popolo intero, crescendo nella parola di Dio e nella messa in pratica nel concreto del tessuto familiare sociale di San Paolo e dell’alta Capitanata.
E comunque la missione della Chiesa mi chiama ad andare a San Giuseppe Artigiano, una parrocchia di periferia della mia Città.
Ritornare nella mia città mi riempie di gioia, non posso negarlo perché la mia vocazione è legata a San Severo, è legata al sentirmi chiamato dall’incontro con Cristo, a impegnarmi per dare una mano soprattutto ai ragazzi e ai giovani: la mia storia nasce soprattutto come desiderio di camminare e mettermi a servizio della pastorale giovanile.

E poi lavorare in quella parrocchia particolare che è una parrocchia particolarmente ricca di promesse, è una parrocchia che ha delle opportunità (forse in più di altre) come tutte le zone di periferia: che sono zone di riscatto, di cambiamento.
C’è voglia di “esodo” di venir fuori da certe situazioni per rinascere, quindi è una realtà per me particolarmente promettente, io sono contento che il Vescovo abbia pensato a me per quella parrocchia.
Tutto il cammino fatto finora come prete mi ha preparato ad affrontare le sfide che quella parrocchia può portare, e mi sento abbastanza sereno nel cominciare questo cammino, entusiasta e sereno.

Il mio programma, come dirò nel saluto che offrirò alla comunità, non vuole essere il “mio” programma ma il programma del Vangelo, cioè leggere insieme a tutta la comunità la Parola di Dio, amare le persone concrete con i loro nomi e loro storie e insieme a loro – mettendo al centro le persone – non la “gente” genericamente, ma amando le persone.

Dobbiamo guardarci insieme, guardarci dentro e lasciarci infiammare dalla grazia di Dio e guardarci attorno per capire che cosa la Parola di Dio ci chiede, e il progetto delle cose da fare lo costruiamo insieme.

Ho visto che soltanto ciò che comprendiamo insieme e costruiamo insieme è veramente efficace perché non viene dall’alto, quindi rimane e si sedimenta, perché non è legato alla persona del parroco del del condottiero, no.
Ciò che si fa insieme è legato alla comunità, quando una comunità ha assorbito determinate riflessioni e metodi di lettura della Parola di Dio e di messa in pratica del Vangelo, poi quello spirito evangelico si prolunga e continua anche quando il prete – per un motivo o per un altro – lascia la comunità.

Tutto ciò che è stato costruito insieme con la grazia di Dio, in modo collettivo, sopravvive alle singole persone.
Così anche è accaduto con Don Salvatore Camillo, ciò che ha costruito insieme è rimasto ora che lui non c’è più. Si respira quella attenzione alla carità su cui ha molto insistito, ed ora si continua solco del Vangelo.
Così le belle cose rimangono anche quando noi essere umani andiamo via.»

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