ComunicatiPrima pagina
SAN SEVERO E L’ITALIA DEI PRECARI – IL FUTURO NEL REDDITO DI CITTADINANZA?
Di Nazario Tartaglione

Fanalino di coda in Europa, insieme alla Grecia nello stanziare un reddito minimo garantito, l’Italia introduce nel 2019 il Reddito di Cittadinanza, una misura a contrasto della povertà rivolta alle famiglie in stato di necessità, con l’obiettivo di sostenere il reinserimento nel mondo lavorativo e l’inclusione sociale.
Baluardo del Movimento 5 Stelle, il provvedimento ha fin’ora suscitato un ampio dibattito tra sostenitori e detrattori, considerando da un lato i reali bisognosi che ne usufruiscono e dall’altro i furbetti o furboni all’italiana che ne abusano.
Storie di povertà, di mancanza di lavoro, di sopravvivenza, di speranza e delusione intorno al Reddito di Cittadinanza abbondano in tutto lo “Stivale”, narrando molto spesso l’esclusione di chi indigente è fatalmente fuori dalla misura per cavilli burocratici o fiscali, come per l’inadeguatezza della legge in sé constatata nei diversi casi concreti.
Certo che durante l’inatteso periodo pandemico è stato e continua ad essere un punto di forza per la nazione tutta, barriera contro i colpi della crisi economica innescata dalla pandemia da Covid ‘19, ma viene da chiedersi: “Quale sarà il futuro di questa misura? E quello del lavoro?”.
Su tutto, insieme al contrasto alla povertà, rimane la necessità di occupazione e di autodeterminazione, bisogno naturale di ognuno che un sostegno al reddito non può certo soddisfare.
In altre parole, chi non ha lavoro si dovrà accontentare delle possibilità di sopravvivenza offerte dal Reddito di Cittadinanza (ammesso che riesca ad ottenerlo superando la griglia burocratica) o potrà aspirare ad una vita piena, in cui potersi mettere in gioco, trovare un’occupazione, avere uno stipendio, fare famiglia, realizzare i propri progetti, comperare una casa e prepararsi una vecchiaia dignitosa con la pensione?
Tutto questo sembra sempre più precluso alle nuove come alle ormai vecchie generazioni, che all’orizzonte vedono lo spettro di una vita minimale, ancor più nelle grandi città, dove minore è il poter di acquisto e la forza del reddito minimo garantito.
San Severo, con i sui storici problemi occupazionali, certo non manca di partecipare alla corsa al Reddito di Cittadinanza, ma che futuro può esserci per una nazione fondata sul lavoro che rinuncia a crearlo, che getta la spugna e tira a campare senza reali aspettative?
Un conto è l’eccezionalità di una misura di contrasto alla povertà, un altro è invece il suo permanere negli anni. Che Italia ne verrà?
Il lavoro permette l’espressione delle proprie capacità, della formazione maturata con studio e gavetta, e la realizzazione della persona, andando oltre la mera sopravvivenza e garantendo sviluppo individuale e sociale. Esso è conoscenza, tramandarsi di saperi, arti e mestieri, crescita personale e intellettuale, è la forma più alta di cultura, che dona dignità all’individuo, conoscenza e libertà. Sostiene le relazioni, la vita sociale, un sano sviluppo ed equilibrio psico-fisico e l’individuazione di obiettivi, garantendo così una vitalità ed una progettualità che una misura di contrasto alla povertà non può sostituire.
In corso di rifinanziamento con uno spettro temporale che giunge sino al 2029, pare invece che il Reddito di Cittadinanza sia destinato a surrogare quello da lavoro per chi non ha occupazione, ridisegnando il paesaggio sociale e psicologico della nazione, fino a precostituire un vero e proprio fenomeno di carattere antropologico.
Per una nazione sana e vitale rimane l’esigenza di impiegare le risorse economiche anche e soprattutto per creare occupazione e impresa e garantire lo sviluppo dei territori, maggiormente nelle zone povere, contemplando sempre più sgravi fiscali alle imprese, incentivi alle assunzioni e sostegno alla nuova imprenditoria, insieme alla riscoperta del valore del lavoro.



