SAN SEVERO: Il sociologo Colopi racconta il modello Di Vittorio, una grande lezione di etica pubblica dalla lettera a Pavoncelli.

Cosa resta, oggi, dell’eredità morale e politica di Giuseppe Di Vittorio? È la domanda che ha fatto da filo conduttore all’incontro culturale tenutosi ieri sera a San Severo, nella cornice di SpazioOff Teatro Cucina. L’evento ha visto alternarsi voci del sindacato e dell’attivismo locale in un dialogo serrato con Marcello Colopi, sociologo e ricercatore, la cui indagine si è concentrata su un capitolo intimo ma
dirompente della vita del grande leader sindacale: la scelta, compiuta nel Natale del 1920 a soli 27 anni, di rifiutare un cesto di viveri inviato al suo umile pianterreno di Cerignola dal potente agrario Giuseppe Pavoncelli. Un gesto privato diventato, a distanza di oltre un secolo, una lezione universale di pedagogia politica.
Il dibattito è entrato subito nel vivo con l’intervento di Francesca Stella (Flai-Cgil Foggia), che ha sottolineato la straordinaria modernità di quella scelta: «In questo testo emerge un Di Vittorio che ci dà un esempio di come porsi in politica con la “schiena dritta”, uno spaccato di etica pubblica importante, di cui oggi c’è drammatico bisogno». Stella ha poi evidenziato come i problemi storici legati allo sfruttamento non siano affatto scomparsi, ma abbiano semplicemente mutato forma, richiamando l’impegno quotidiano del sindacato contro il caporalato. Una battaglia che, ha ricordato la sindacalista, chiama in causa la responsabilità civile e l’educazione dei consumatori stessi nei loro piccoli gesti quotidiani.
Tra gli ospiti anche Emanuela Testa, in rappresentanza del Laboratorio Popolare Resistenze San Severo, che ha posto l’accento sullo smarrimento valoriale della politica contemporanea: «Oggi siamo stati
quasi abituati a una politica piegata ai propri scopi, al punto da considerare normale l’incoerenza a livello mediatico». Testa ha ricordato come la riscoperta di figure inarrivabili come Di Vittorio o Enrico Berlinguer sia fondamentale per le nuove generazioni, proprio perché «la rappresentanza si basa sulla trasparenza: ecco perché personaggi del genere sono stati profondamente rappresentativi».
Dall’analisi sociologica di Marcello Colopi è emerso un quadro lucido e a tratti spietato delle emergenze attuali. Oggi la vera sfida non si consuma più solo sui campi, ma nelle trame della criminalità economica e nel riciclaggio di denaro, dinamiche utilizzate per abbassare il costo del lavoro e alterare la concorrenza sleale.
Sollecitato sul tema cruciale se la politica odierna sia ancora dotata degli anticorpi necessari per resistere a tali pressioni, il sociologo ha espresso una forte preoccupazione, legata soprattutto alla scomparsa delle cosiddette strutture intermedie. «In molta parte no», ha spiegato Colopi, «perché sono venute meno le scuole di formazione all’interno dei partiti, quelle strutture che bene o male selezionavano una classe dirigente e a cui bisognava dar conto dei propri comportamenti. Adesso, soprattutto negli enti locali, gli eletti sono il più delle volte espressione di se stessi». Un limite strutturale immenso, secondo il ricercatore, poiché delega il controllo a un elettorato spesso distratto, rendendo le istituzioni locali drammaticamente permeabili di fronte a poteri criminali e finanziari dotati di «uno straordinario e corruttivo potere economico».
Il fulcro etico di tutta la discussione risiede proprio in quel documento storico emerso pubblicamente solo nel 2007, grazie alla famiglia Pavoncelli durante le ricerche per la fiction Pane e Libertà con Pierfrancesco Favino: la lettera di rifiuto di Di Vittorio, oggi cristallizzata nel suo libro “La dignità. Lettera di Giuseppe Di Vittorio”.
Un testo che Colopi ha analizzato parola per parola, ricostruendo il contesto di un’Italia del 1920 attraversata da profonde tensioni sociali e dall’imminente ombra del ventennio. Lodevole lo sforzo dell’autore di non restituirci un Di Vittorio “monumentale” o da tasca, bensì il ritratto di un ragazzo di provincia, un ventisettenne neopapà che, pur vivendo nella povertà, comprese che l’onestà interiore da sola non basta se non è accompagnata da un’onestà visibile agli occhi della comunità.



