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SAN SEVERO, IL WEB, LA MEMORIA COLLETTIVA E LA TRADIZIONE DIGITALE

Nessuno avrebbe mai pensato che un giorno ci saremmo dati appuntamento su internet, che ci saremmo fatti gli auguri con un post o palpitato per l’apprezzamento espresso dagli amici su una nostra foto attraverso un mouse.
La realtà dilagante dei social network ha senz’altro cambiato se non sconvolto la visione e l’uso dei computer, una volta destinati sostanzialmente al lavoro e molto meno al tempo libero, oggi sono sempre più al centro della vita personale, sociale e perciò psicologica di ognuno, fino a definire una nuova realtà, riscrivendo o comunque reindirizzando le regole della relazione e dello stare insieme.
Una nuova dimensione quindi, il mondo digitale, dapprima finestra su quello reale, oggi come in un gioco di specchi sembra sempre più inghiottirlo, giungendo a diventare serbatoio di idee e contenuti in grado di intervenire persino sul paesaggio collettivo e sulla futura tradizione.
Non c’è imprenditore, artigiano o artista infatti che manchi di condividere con il pubblico, grande o piccolo che sia, le proprie attività o creazioni. Ecco che il web diventa così un pullulare di volti, immagini, suoni, colori, melodie, testi, pellicole, tele, andando a costituire quel patrimonio di opere e saperi tramandato di generazione in generazione, ma questa volta in forma immateriale.
C’è da chiedersi che tradizione sarà quella digitale. Liquida, intangibile, sensibile a sbalzi di tensione e virus, che vede negli hard disk e nella loro tenuta la possibilità di memoria.
La ram diventa così detentrice della memoria sociale, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.
Ma è proprio giusto affidare alla tecnologia digitale la nostra eredità culturale, la nostra storia? Probabilmente no. Vista la fragilità della memoria informatica rimane necessario dare materia ai contenuti, stamparli, inciderli, realizzarli su supporti che prescindano dal web e custodirli. Internet servirà a divulgarli, a conservarli nel breve periodo, ma nel lungo periodo?
Pensiamo alla tenuta della carta e a come i libri e le pellicole resistano ai secoli, arricchendo le nostre biblioteche e garantendoci una reale e solida memoria, e a come invece un hard disk possa irrimediabilmente rompersi da un momento all’altro, cancellando ogni suo contenuto.
Per quanto la tecnologia digitale, dalla memoria corta, permetta un formidabile incontro di idee, nutrendo interazioni e creatività con una forza senza precedenti, la distinzione tra realtà e web dovrà essere sempre mantenuta, fino a difendere il reale dal digitale.
Certamente la pandemia e la vita che ne deriva spingono, fino ad esasperare, l’uso e l’abuso di pc, tablet e telefonini, ridisegnando i profili personali e sociali e l’idea stessa di oggetto e di materia. C’è allora il rischio di perdersi, di spersonalizzarsi? Forse si.
Gli effetti del digitale sulla vita reale sono tanti e in divenire, e spesso oggetto di triste cronaca, e se finiscono con l’indebolire anche la memoria collettiva, e quindi i punti cardine dell’identità, allora sarà bene metterli seriamente in discussione.
Se il tempo è la prima sostanza dell’animo, il web finirà col digitalizzare anche le nostre coscienze?
Nazario Tartaglione

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