San Severo, l’orologio fermo e la politica che corre altrove

Di Angelo Ciavarella
C’è un’immagine che racconta più di mille parole: l’orologio del Comune di San Severo fermo sulle 2:30 da oltre un anno. Immobile, impassibile, come se il tempo si fosse arreso. In quella fotografia sospesa c’è tutto il paradosso della nostra città: una comunità che aspetta, mentre la politica corre altrove. Mentre le lancette non si muovono, gli ingranaggi del potere girano vorticosamente. Le agende politiche si riempiono di appuntamenti, strategie e candidature, la corsa verso le elezioni regionali si fa frenetica, e le parole – “sviluppo”, “rilancio”, “territorio” – rimbalzano nei comunicati come monete consumate. Ma intanto, nel cuore della città, il tempo è fermo davvero. Quell’orologio immobile non è solo guasto: è un simbolo politico perfetto. Segna l’inerzia di una macchina amministrativa che da troppo tempo procede per automatismi, che aggiusta poco e promette molto, che annuncia progetti ma lascia marcire i dettagli. È la metafora visiva di una San Severo sospesa, in cui i problemi si accumulano come polvere sugli ingranaggi di un meccanismo che nessuno ha più la volontà – o la responsabilità – di rimettere in moto. Verrebbe da pensare al “Pendolo di Foucault” di Umberto Eco, dove il tempo e la conoscenza ruotano attorno a un equilibrio segreto e misterioso, simbolo di ordine e di senso. A San Severo, invece, il pendolo non oscilla più: si è fermato. Forse perché l’ordine è svanito e il senso si è perso. Il tempo della politica e quello della città non coincidono più. I politici quasi sempre vivono nella frenesia delle scadenze elettorali; la città, invece, resta immobile, prigioniera della sua stessa attesa. Nel suo “Cent’anni di solitudine”, Gabriel García Márquez scriveva che a Macondo “il tempo non passava, ma semplicemente girava in tondo”. È così anche qui: i problemi ritornano ciclicamente – strade dissestate, degrado urbano, sicurezza, disillusione civica – e ogni volta sembrano nuovi solo perché nessuno li ha mai risolti davvero. Eppure, il tempo, anche quando pare fermo, non smette di passare. Scorre nelle vite dei cittadini, nei negozi che chiudono, nei giovani che partono, nelle promesse che evaporano. Un orologio fermo non cambia il destino di una città, certo, ma può diventare il simbolo di una volontà politica che si è arenata, di un’attenzione ai dettagli che si è spenta, di una comunità che aspetta un segnale. Forse basterebbe un gesto semplice: rimettere in moto quelle lancette. Sarebbe un atto minimo, ma dal valore enorme. Vorrebbe dire, forse: ci siamo accorti del tempo che passa, e vogliamo tornare a governarlo. Perché un orologio rotto, per quanto suggestivo, non può diventare il ritratto permanente di una città. E San Severo non merita di vivere fuori dal tempo, mentre la politica – quella vera – continua a guardarsi allo specchio delle prossime elezioni.



