SAN SEVERO, QUANDO LA STRADA DIVENTA TERRA DI NESSUNO
C’è qualcosa che dovrebbe preoccuparci più della singola bravata, più del singolo gruppo di ragazzi che corre in bicicletta o sul monopattino, più del rumore di una bottiglia stappata in una piazza a tarda notte. È l’idea che tutto questo stia diventando normale. A San Severo, sempre più spesso, nelle ore serali e notturne, alcune strade e alcune piazze sembrano sfuggire alla percezione di essere spazi pubblici sottoposti a regole comuni. Biciclette contromano, monopattini utilizzati a velocità pericolose, impennate, corse tra i pedoni, schiamazzi fino a tarda notte, gruppi di giovanissimi che occupano gli spazi pubblici come se fossero un territorio esclusivo. È un fenomeno che non riguarda soltanto le zone periferiche, ma anche il centro storico, le strade del cuore della città e quei luoghi che dovrebbero rappresentare il salotto di San Severo. Anche in piazza Agorà, piazza Padre Pio e in altre zone della città vengono segnalate situazioni di ragazzi che fino a tarda notte sfrecciano con i monopattini, urlano, disturbano la quiete e consumano bevande, lasciando talvolta dietro di sé bottiglie e rifiuti. Ma sarebbe troppo semplice liquidare tutto con la solita frase: “Sono ragazzi”. Certo che sono ragazzi. Ed è proprio per questo che la questione dovrebbe interessarci ancora di più. Nel libro “I ragazzi della via Pál”, Ferenc Molnár raccontava un gruppo di adolescenti e il loro mondo, fatto di appartenenza, rivalità, coraggio e regole. Quei ragazzi avevano un territorio da difendere, ma soprattutto avevano un codice, un’idea di ciò che fosse giusto e di ciò che fosse sbagliato. Il paragone con la nostra realtà non deve essere preso alla lettera, ma contiene una domanda interessante: che cosa è rimasto oggi di quell’idea di comunità, di appartenenza e di responsabilità? Perché anche i nostri ragazzi hanno bisogno di regole. Non delle regole intese come semplici imposizioni degli adulti, ma di quelle regole che permettono a persone diverse di vivere nello stesso spazio senza farsi del male. Il problema nasce quando il limite scompare. Quando il marciapiede diventa una pista. Quando una piazza diventa un luogo nel quale si può fare qualsiasi cosa fino a notte fonda. Quando nel centro storico il rumore, la velocità e la confusione finiscono per prevalere sul diritto dei residenti alla tranquillità. Quando chi protesta viene deriso o insultato. Quando l’adulto che richiama al rispetto viene percepito come un nemico. Quando il gruppo diventa più forte della responsabilità individuale. È un meccanismo che William Golding ha raccontato ne “Il signore delle mosche”: quando vengono meno le regole condivise, il gruppo può rapidamente trasformare la libertà in sopraffazione. Non siamo, naturalmente, su un’isola deserta. Ma una città può diventare una piccola isola quando le regole esistono sulla carta e vengono percepite come assenti nella vita quotidiana. Il problema, però, non sono i giovani. O almeno non soltanto loro. Demonizzare un’intera generazione sarebbe ingiusto e soprattutto inutile. Ogni generazione ha avuto i propri eccessi, ogni adolescente ha avuto bisogno di sentirsi libero, di stare con gli amici, di conquistare spazi. La differenza la fanno gli adulti. Famiglia, scuola, istituzioni, associazioni, comunità: tutti hanno una responsabilità educativa. E anche il Comune. Perché educare al rispetto delle regole significa anche far capire che quelle regole vengono effettivamente fatte rispettare. Qui si apre inevitabilmente il capitolo della Polizia Locale. Il problema della carenza di organico dei vigili urbani non può essere considerato un semplice dettaglio amministrativo. Se il personale non è sufficiente a garantire una presenza adeguata sul territorio, soprattutto nelle fasce serali e notturne, inevitabilmente si creano momenti nei quali la percezione del controllo viene meno. E quando il controllo viene percepito come assente, qualcuno finisce per convincersi che tutto sia consentito. Non si tratta di criticare gli agenti della Polizia Locale, anzi, sappiamo bene che non possono essere contemporaneamente ovunque e che lavorano con il personale e le risorse disponibili. Si tratta di chiedere alla politica una scelta precisa: una città che vuole sicurezza urbana deve investire anche nella presenza sul territorio. Non soltanto dopo che accade qualcosa, ma prima. Non soltanto nelle ore diurne, ma anche quando le strade cambiano volto, il centro storico si anima e le piazze diventano luoghi di aggregazione. Perché il degrado non comincia necessariamente con un grande reato. A volte comincia con una bottiglia lasciata per terra, con una bicicletta contromano, con un’impennata, con una corsa sul marciapiede, con la musica troppo alta, con un gruppo che urla fino a tarda notte, con qualcuno che dice: “Non è successo niente”. È proprio così che il disordine rischia di diventare cultura. Nei Malavoglia, Verga raccontava una comunità nella quale il destino dei singoli era inevitabilmente intrecciato a quello dell’intero paese. È una lezione che vale ancora oggi: una città non è la semplice somma delle persone che la abitano, ma il modo in cui quelle persone convivono. E allora il problema di una piazza periferica non è un problema “della periferia”. Il problema di un marciapiede occupato non è soltanto del pedone che deve scansarsi. Il problema degli schiamazzi notturni nel centro storico non è soltanto dei residenti che non riescono a dormire. Il problema di un ragazzo che corre per strada non è soltanto della sua famiglia. È un problema collettivo. San Severo ha bisogno di decidere che città vuole essere. Non servono proclami, ma presenza, educazione e responsabilità. Innanzitutto servono famiglie capaci di dire dei “no”. Serve una scuola che non rinunci alla propria funzione educativa. Servono istituzioni che non si limitino a intervenire quando il problema è già esploso. Servono controlli nelle ore in cui i cittadini hanno diritto di sentirsi sicuri. E serve una Polizia Locale con un organico adeguato alle dimensioni e alle esigenze della città, affinché anche la notte non diventi una zona franca. Ma serve anche una comunità che non consideri più normale ciò che normale non è. Perché il rischio più grande non è il ragazzo che fa una bravata. Il rischio è che gli adulti smettano di considerarla una bravata e comincino a considerarla semplicemente “la vita di tutti i giorni”. I ragazzi della via Pál ci ricordano che persino nel gioco esistono regole, responsabilità e rispetto. Golding ci ricorda cosa può accadere quando le regole vengono meno. Verga ci ricorda che una comunità vive o muore insieme. San Severo deve scegliere da che parte stare. Non contro i suoi ragazzi, ma per i suoi ragazzi. E anche per tutti coloro che hanno diritto di attraversare una strada, passeggiare su un marciapiede, abitare nel centro storico o sedersi in una piazza senza dover pensare che, dopo una certa ora, la città appartenga soltanto a chi urla più forte. Perché una città davvero libera non è quella nella quale ognuno può fare ciò che vuole. È quella nella quale ognuno è libero perché tutti rispettano gli altri.



