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SAN SEVERO, TANTE LE CASE IN VENDITA – SARA’ DECLINO O RINASCITA?
DiNazario Tartaglione

Passeggiando per San Severo si resta colpiti dal numero di immobili messi in vendita. Cartelli nuovi e vecchi, su condomini o abitazioni indipendenti, che riguardano anche intere palazzine.
Si vende di tutto: immobili recenti o d’epoca, centrali o periferici, locali commerciali o depositi, (assenti o quasi i “Vendesi Attività”, perchè spesso le imprese hanno chiuso i battenti) e col passare dei mesi il numero dei cartelli aumenta, fino a dare l’idea di una città in vendita, anzi potremmo dire in svendita, che appare nella quiete di certe ore un luogo fantasma, abbandonato o in procinto di esserlo, dove languono entusiasmo, fiducia e progettualità.
Certamente lo stato del mercato immobiliare ha una storia propria: l’ingresso nell’euro e l’incertezza monetaria di inizio secolo, la crisi del 2008 che condiziona il decennio successivo, la crisi bancaria degli ultimi anni fino alla pandemia di Covid e alla pesante ricaduta economica e morale, nazionale ed estera, che stiamo attraversando.
Determinante inoltre per la compravendita immobiliare l’accesso al credito e ai mutui, legato sia alle logiche bancarie che alla stabilità economica nazionale e internazionale, come alle condizioni del mercato del lavoro che vedono in questo momento un diffuso aumento della disoccupazione e della cessazione di attività imprenditoriali.
Nel rapporto immobiliare tra domanda e offerta intervengono inoltre le mutate esigenze degli acquirenti (case di dimensioni più contenute rispetto alle case familiari di una volta, sia per il ridotto numero di abitanti che per ridurre le spese di gestione) per non parlare dei nuovi standard sull’efficienza energetica che penalizzano le costruzioni meno recenti.
Altro fattore che spinge alla messa in vendita degli immobili è la difficoltà di affittarli con le dovute garanzie, stando alla diffusione della disoccupazione e del lavoro precario.
Un quadro sociale figlio non solo di difficoltà o meccanismi economici, ma probabilmente anche di scelte di vita che portano ad investire e progettare lontano dalla nostra città, favorendone l’abbandono e un’accresciuta fragilità.
Un panorama davvero difficile, soprattutto per una comunità già problematica dove, esclusi i fortunati o i privilegiati, rimanere in piedi o continuare nel proprio percorso può significare trascinarsi, saltando da un problema all’altro senza prospettive e con una scarsa, se non scarsissima, qualità della vita – a cui si aggiungono le complicazioni sociali derivanti dalla diffusa illegalità.
Tutto questo premesso, rimane comunque fondamentale il rapporto con la propria terra, l’affetto, la fiducia che si ha nonostante tutto in essa come luogo in cui immaginare il proprio futuro.
Una cittadina sviluppatasi nei secoli fino a divenire fiorente, frutto di impegno e lavoro delle generazioni che ci hanno preceduto, che ha dato natali e benessere a tanti – in un momento così difficile merita tutte queste spalle voltate?
Parliamo di scelte di vita, di situazioni e decisioni intime, personali e per questo insindacabili, ma che potrebbero trovare un’alternativa in un cambio di mentalità, che a ben valutare appare auspicabile.
Siamo infatti abituati a guardare avanti, a volere sempre di più, ma forse oggi non è il momento di cambiare rotta? Si potrebbe attuare quella che si chiama “Decrescita felice”, guardando indietro a chi aveva meno di noi e pure ha fatto grande San Severo: ai nostri nonni, analfabeti o quasi, che hanno attraversato due conflitti mondiali, povertà estrema ed emigrazione, senza voltare le spalle alla propria terra.
Non sarebbe utile un bagno di umiltà, rinunciando ad un’idea sensazionalistica della vita, nutrita dal benessere e da una visione spettacolare, televisiva e mediatica, per abbracciare la realtà quotidiana e recuperare le nostre radici?
Ritornare all’autoproduzione di prodotti alimentari e manufatti artigiani, al rilancio di vecchi mestieri, alla cultura del risparmio e dell’essenziale, al rapporto con la natura e al rispetto dell’ambiente, fino alla rinascita di un mondo perduto per riprogrammare l’esistenza su una realtà mutata in cui le logiche consumistiche diventano spinose o inattuabili.
Se è così, diviene allora necessario depurarsi da un’etica dell’avere e del consumo ad ogni costo che non agevola il superamento delle sfide che ci attendono: un periodo storico inatteso, che frana su progetti e prospettive cambiando la geografia delle vite di ognuno.
Servirà riscoprire una vita più semplice per risorgere, facendo di necessità virtù?
Se sarà declino o rinascita dipenderà solo da noi.



