Sanseveresi come rane nella pentola, ci si abitua al declino?

Sta prendendo piede in città un’opinione sempre più condivisa: e cioè che c’è un pericolo più grande del degrado, delle buche, dei rifiuti o delle piazze trascurate. È l’abitudine. Perché quando ci si abitua al troppo poco, non si ha più voglia perfino di immaginare il meglio. Giuseppe Tomasi di Lampedusa scriveva: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Una frase che, ancora oggi, sembra descrivere molte realtà italiane. Si annunciano interventi, si promettono svolte, si susseguono polemiche. Eppure, agli occhi dei cittadini, nella realtà quotidiana, spesso cambia poco o nulla. San Severo non è una città senza qualità. Lo dimostrano la sua storia, la cultura, l’intraprendenza di tanti imprenditori, il lavoro silenzioso delle associazioni e di chi ogni mattina alza una serranda con la speranza che il domani sia migliore dell’oggi. Ma una comunità non vive soltanto del proprio passato. Ha bisogno di un presente che funzioni. La metafora della rana nell’acqua che si scalda lentamente è nota: il rischio non è accorgersi del cambiamento finché non è troppo tardi. Anche una città può finire nello stesso meccanismo. Una strada dissestata diventa normale. Un giardino trascurato non fa più notizia. Un servizio inefficiente viene accolto con un’alzata di spalle. E così il livello delle aspettative si abbassa ogni anno, quasi senza rendersene conto. Dante, all’inizio della Divina Commedia, parla di una “selva oscura”, il luogo in cui si perde la strada. Forse la nostra selva non è fatta di alberi, ma di rassegnazione, di sfiducia. Tuttavia il momento più difficile per una comunità non è quando protesta. È quando smette di farlo. Amare San Severo non significa difenderla a prescindere, né dipingerla peggiore di ciò che è. Significa pretendere che sia all’altezza delle sue possibilità. Le critiche, quando sono oneste, non sono un’offesa: sono una forma di rispetto. La domanda, allora, è semplice. Ci siamo davvero abituati al troppo poco? Se la risposta è sì, il problema non sono soltanto le strade o il decoro urbano. Il problema è che abbiamo iniziato a credere che il meglio non ci spetti più. E una città perde il proprio futuro molto prima di perdere i suoi muri: lo perde quando smette di pretendere il cambiamento. Eppure sarebbe ingiusto dire che la speranza sia scomparsa. A San Severo ci sono ancora molti cittadini che continuano a essere ottimisti e fiduciosi, che credono nelle potenzialità della città e non hanno rinunciato all’idea che possa migliorare. Sono persone che si impegnano ogni giorno, nel proprio lavoro, nel volontariato, nella vita civile, cercando di dare il buon esempio. Ma, da sole, non possono invertire una tendenza che richiede uno sforzo collettivo. Per cambiare il destino di una comunità non basta la buona volontà di pochi: occorre che quella fiducia diventi patrimonio condiviso, accompagnata da responsabilità, partecipazione e da un’amministrazione capace di trasformare le aspettative in risultati concreti.



