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UGUAGLIANZA E GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA

La carta costituzionale chiama ogni cittadino ad adempiere al pagamento dei tributi per concorrere alla Spesa Pubblica, in ragione della propria capacità contributiva secondo un criterio di progressività.
Tale sistema tributario rincorre, pertanto, un ideale di uguaglianza basato sul depauperamento più che proporzionale dei soggetti produttori di maggior ricchezza e meno che proporzionale dei soggetti meno abbienti.
Il nobile scopo è quello della perequazione della ricchezza per garantire alti ideali di solidarietà sociale: chi ha tanto può contribuire in maniera più incisiva; chi ha poco darà ciò che può. Tale giustizia distributiva è espressione di principi cristiani assistenziali che permeano l’intero tessuto ordinamentale statale.
In tal modo lo Stato sociale tutela e promuove forme di ausilio economico-finanziario per le classi meno abbienti della Società.
Sull’altare degli interessi in gioco resta, però, soffocata la meritocrazia.
La spinta a produrre maggior ricchezza, tipica di un sistema meritocratico, trova un argine nella prospettazione di una più alta tassazione: risulta, dunque, più conveniente rimanere entro determinati limiti di guadagno piuttosto che veder vanificati gli sforzi produttivi da un sistema, in tal senso, penalizzante.
Con maggior impegno esplicativo, una progressività troppo accentuata può avere effetti disincentivanti sull’attività produttiva. Nell’equo contemperamento di interessi occorre, allora, evitare
l’elogio cieco di tale tecnica perequativa: una tassazione progressiva svilisce l’affannosa ricerca di standard di produzione più elevati, poiché resi vani dal rimodellamento fiscale attuato dal legislatore.
Ad ogni buon conto, resta sullo sfondo l’idea che sia più corretto perseguire ideali di collaborazione e uguaglianza sociale (tipici di un sistema tributario progressivo) che di merito e successo personale
(sistema unicamente meritocratico).
Nonostante tal rilievo l’ordinamento ha temperato la rigidità del sistema fiscale ora descritto prevedendo una tassazione “mista” con aliquote che, in alcuni casi, sono meramente proporzionali o
addirittura regressive.
Ci si distacca così, se pur marginalmente, dalla visione stigmatizzante della ricchezza, tramite valvole di sfogo che permettono al contribuente facoltoso di non veder vanificato interamente lo sforzo
produttivo.
D’altronde, disincentivare la produzione per garantire un paritetico status sociale a tutti i consociati è il primo passo verso la regressione economica e culturale del Paese.
Non si farebbe altro che creare una forma di intollerabile “lassismo” che inficerebbe negativamente sulla stabilità dell’intera comunità.
Come spesso accade (più correttamente: come sempre accade), una decisione mediana tra i due opposti interessi è la più auspicabile.

AVV. MAURO CASILLO

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