Una città che si restringe non è necessariamente una città che muore.

“Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio…”. Così scriveva Italo Calvino ne Le città invisibili. Una città, dunque, non coincide con il numero dei suoi abitanti. È una comunità, un intreccio di relazioni, uno spazio che prende forma attorno ai bisogni delle persone che la vivono. È da questa consapevolezza che San Severo dovrebbe partire per immaginare il proprio futuro. Per troppo tempo abbiamo associato il progresso alla crescita: più abitanti, più edifici, più quartieri, più traffico. Oggi la realtà racconta un’altra storia. La popolazione diminuisce, i giovani spesso cercano altrove opportunità di lavoro e di vita, mentre aumenta costantemente il numero degli anziani. Continuare a pianificare la città come se dovesse espandersi significa inseguire un modello che non esiste più. La vera sfida dei prossimi decenni, secondo alcuni esperti, sarà progettare la decrescita, non subirla. Questa parola, “decrescita”, viene spesso interpretata come sinonimo di declino. È un errore. Una città più piccola può diventare una città migliore, se ha il coraggio di ripensare se stessa. Meno abitanti significano anche la possibilità di ridistribuire meglio gli spazi pubblici, recuperare gli edifici inutilizzati, restituire qualità ai quartieri, ridurre il consumo di suolo e investire sulla manutenzione invece che sull’espansione. Significa avere il coraggio di trasformare le aree vuote in parchi, orti urbani, piazze, biblioteche di quartiere e luoghi di socialità. L’invecchiamento della popolazione impone poi una rivoluzione culturale ancora prima che urbanistica. Una città anziana ha bisogno di marciapiedi accessibili, panchine, alberature, illuminazione sicura, trasporti pubblici efficienti, servizi sanitari di prossimità e spazi dove le persone possano incontrarsi senza sentirsi sole. Ma sarebbe un grave errore pensare che una città progettata per gli anziani sia una città senza futuro. È esattamente il contrario. Una città che funziona per un anziano funziona anche per un bambino, per un genitore con un passeggino, per una persona con disabilità, per chi si sposta a piedi o in bicicletta. È la logica della città inclusiva. Anzi, proprio la diminuzione della popolazione può trasformarsi in un’opportunità straordinaria per attrarre nuove famiglie. Una città meno congestionata, con servizi scolastici di qualità, parchi curati, spazi sicuri dove giocare, biblioteche vive, impianti sportivi facilmente raggiungibili e quartieri a misura di bambino può diventare un luogo desiderabile in cui vivere. Le scuole, pur con meno iscritti, potrebbero diventare poli civici aperti tutto il giorno: biblioteche, laboratori, luoghi per la formazione permanente, sedi di associazioni e spazi di incontro tra generazioni. Gli edifici vuoti potrebbero ospitare asili nido, cohousing per anziani, residenze per giovani coppie, incubatori culturali e sociali. In altre parole, la riduzione della popolazione non va vista come una condanna, ma come una prospettiva e non obbliga a ridurre le ambizioni. Al contrario, permette di aumentare la qualità. L’urbanista Jane Jacobs sosteneva che la vitalità di una città nasce dalla qualità dei suoi spazi pubblici, dalla mescolanza delle funzioni e dalla presenza quotidiana delle persone, non semplicemente dalla sua dimensione. Una città viva è quella che favorisce gli incontri, la sicurezza e la partecipazione. San Severo dovrebbe avere il coraggio di fare questo salto culturale. Smettere di chiedersi come tornare a essere la città di quarant’anni fa e iniziare a domandarsi quale città vogliamo essere tra vent’anni. Perché il futuro non appartiene necessariamente alle città più grandi. Appartiene alle città che sanno adattarsi. Calvino concludeva una delle pagine più celebri de “Le città invisibili” con un invito che sembra scritto per il nostro tempo: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui… Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Ecco il compito della politica e della comunità: dare spazio a ciò che rende una città vivibile. Non inseguire una crescita impossibile, ma costruire una San Severo più umana. Più semplice. Più verde. Più accessibile. Una città dove invecchiare bene, ma anche dove scegliere di mettere al mondo un figlio. Perché il futuro non dipende da quanti saremo, ma da come sapremo vivere insieme.



